Castello di Cerami

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Descrizione storica – Sono ben noti i trascorsi normanni per l’abitato di Cerami. Nel 1063 d.C., poco dopo l’omonima battaglia che registra una pesante sconfitta a carico dei saraceni, Cerami viene affidata per volontà del Conte Ruggero a Serlone 1)Malaterra, pp. 42-43

, che poco dopo cade in una trappola mortale preparata dai musulmani. Cerami si ricorda come luogo fortificato nel 1071 d.C. 2)Malaterra, pag. 53 e nel 1082 Ceramum ricade all’interno della diocesi di Troina 3)Pirri 1733, vol. I, pag. 495. Alla metà del XII secolo si data l’importante descrizione dell’abitato da parte di Edrisi, che ricorda Cerami come “casale cui sovrasta un’alta rocca, è paese prospero, popolato” 4)M. Amari, 1880-81, vol. I, pag. 113. Nel 1151, un documento della cattedrale di Messina ricorda l’abitato col toponimo di “civitate Cerami” 5)Starrabba 1888, vol. I, p.2, doc. I. Nel 1157 il castrum giunge in feudo ad Enrico Aleramico 6)I. Peri 1953-56, pp. 249-250.

West Etna - Sicilia - Cerami

Finalmente un diploma del 1170 lascia intuire la presenza di un castello, poichè si ricorda un tale Bernardus “castellanus de Cirama” 7)Garufi 1899, p. 119, doc. LI. Gli anni della dominazione sveva rappresentano un’incolmabile cesura, nella quale nulla è dato sapere dei destini del castello e relativo abitato. Un diploma databile al 1296 ricorda Cerami solo per due terzi sottoposta alla signoria di Pietro D’Antiochia, “D. Petrus de Antiochia … duabus partibus Cirami” 8)Gregorio 1791-92, II, p. 467. L’abitato è successivamente classificato come castrum in documenti aragonesi databili dal 1308 al 1310 9)Sella 1944, pag. 59. I secoli del basso medioevo in genere confermano l’esistenza di una fortezza. Nel 1366 si menziona il Castrum Chirami 10)Sella 1944, pag. 124, nel 1396 Guglielmo Rosso ottiene la signoria di castello e terra di Cerami e nel 1399 vi succede il figlio Aloisio 11)De Spucches, vol. II, pag. 494. L’abitato rimane in mano della famiglia Rosso fino all’abolizione della feudalità 12)Gregorio 1791-92, II, p. 498. Ultima testimonianza di rilievo sull’abitato medievale proviene da Fazello che nel 1558 descrive Cerami come “…sobborgo di Capizzi e ora centro fortificato” 13)T. Fazello, vol. I, pag. 445.

Descrizione topografica e architettonica – Si tratta di un castello rupestre di cui sopravvivono alcuni ambien

ti scavati in roccia chiaramente identificabili. L’intero complesso sorge sulla sommità di una rupe (1050m s.l.m.) e risulta accessibile attraverso due sentieri, da sud-est e sud-ovest. E’ ragionevole pensare che la zona ove insistono gli affioramenti di roccia più consistenti sia quella ove un tempo sorgeva il nucleo più antico del castello, successivamente estesosi occupando il limitrofo pianoro. Sulla consistenza della fortezza, a metà del XVI sec., si pronuncia Fazello, che ricorda la presenza di un “palazzo baronale fornito di magnifiche sale e camere da consiglio e dalla chiesa di S. Giorgio” 14)T. Fazello, vol. I, pag. 445 e seg.. A questa descrizione si aggiungono le importanti testimonianze fotografiche del G. Paternò-Castello 15)G. Paternò Castello 1907, pp. 85-87, attraverso le quali è possibile ricostruire in linea di massima la consistenza dell’antico complesso. L’ingresso principale doveva trovarsi a sud-est. Qui un arco a tutto sesto, semi diruto agli inizi del XX secolo e oggi scomparso, conduceva alla rupe principale a quel tempo affiancata da almeno due edifici. Il primo, a piante quadrangolare, era l’imponente palazzo ricordato dal Fazello, fondato dalla famiglia Rosso intorno alla metà del XVII secolo su un’area rettangolare opportunamente spianata e rinforzata da sostruzioni lungo il versante meridionale e occidentale. Le sostruzioni avevano l’ulteriore compito di isolare l’edificio dal territorio circostante attraverso una leggera scarpatura che contribuiva alla verticalità dell’insieme. All’angolo occidentale insisteva probabilmente una torre, di cui oggi rimane la base fondata sulla roccia. La struttura quadrangolare era rinforzata da una scarpa caratterizzata da un marcapiano che sottolineava la separazione con il pian terreno posto al livello del piano di posa del palazzo settecentesco. La tecnica edilizia si caratterizza per i cantonali rinforzati da conci ben squadrati e da una muratura in pietrame sbozzato disposto su assise in linea di massima regolari. A nord/ovest della predetta torre si osservano resti murari presumibilmente afferenti a un muro di cinta. Il palazzo baronale, che occupava la parte centrale del pianoro, constava di due elevazioni e copertura a spiovente. Agli inizi del XX sec. si osservavano, lungo il prospetto principale, due finestre balconate al primo piano e al pian terreno tre aperture. Presso l’angolo nord-est del grande edificio si addossava, sopraelevata, una seconda struttura con copertura a doppio spiovente. Si presume che i vani rupestri fossero ancora utilizzati tra XIX e XX secolo. Quello ricavato lungo la parete meridionale era tampognato e vi si accedeva per mezzo di una piccola porta rettangolare. Pressoché nulla di medievale si evince dalle foto del Paternò Castello, non una volta ad ogiva, non una decorazione policroma che possa risalire ai secoli normanno/svevi. L’unica immagine scattata all’interno del complesso mostrava già una diffusa rovina e due archi a sesto ribassato costruiti con bei conci di calcarenite locale. Oggi la desolazione è assoluta, lo spazio attorno alla rupe è, in sostanza, un piccolo pianoro da cui affiorano solo creste murarie o tagli nella roccia. A est e a sud della grande rupe si conservano, infatti, tagli e pochi resti murari, che testimoniano la presenza di vani ed edifici di servizio, certamente legati al complesso baronale. Il motivo della totale scomparsa del complesso castrale probabilmente deve ricercarsi nel progressivo smantellamento da parte della popolazione locale a seguito di terremoto e, non ultimo, bombardamenti alleati relativi alla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale la vicina Troina fu al centro di operazioni militari. Un discorso a parte merita la chiesa di S. Giorgio, da interpretarsi come cappella palatina, di cui oggi rimarrebbero pochi ruderi all’interno dell’area del castello. Ai piedi del complesso fortificato, in direzione est insisterebbero i ruderi copiosi di un secondo complesso religioso afferente al culto di S. Michele, successivamente annesso ad un monastero di Francescani. La chiesa è diruta, priva di copertura, orientata est-ovest, con pesanti rifacimenti che lasciano trasparire poco o nulla sulle possibili origini normanno-sveve.

Bibliografia –

V. Amico (1855/56), Dizionario topografico della Sicilia, trad. da Gioacchino Di Marzo, 2 voll., Palermo 1855/56.

F. Maurici (1992), Castelli medievali in Sicilia. Dai bizantini ai normanni, Sellerio, Palermo 1992.

G. Paternò Castello (1907), Nicosia Sperlinga Cerami Troina Adernò, con 125 illustrazioni, Bergamo 1907

I. Peri (1952-1953), Città e campagna in Sicilia, I, Dominazione normanna vol. I, Atti della Accademia di Scienze Lettere e Arti di Palermo, XIII, parte II, IV, 1952-1953.

F. San Martino de Spucches (1924-1941), La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari di Sicilia dalla loro origine ai nostri giorni, 10 vol., Palermo 1924-1941.

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References   [ + ]

1. Malaterra, pp. 42-43

2. Malaterra, pag. 53
3. Pirri 1733, vol. I, pag. 495
4. M. Amari, 1880-81, vol. I, pag. 113
5. Starrabba 1888, vol. I, p.2, doc. I
6. I. Peri 1953-56, pp. 249-250
7. Garufi 1899, p. 119, doc. LI
8. Gregorio 1791-92, II, p. 467
9. Sella 1944, pag. 59
10. Sella 1944, pag. 124
11. De Spucches, vol. II, pag. 494
12. Gregorio 1791-92, II, p. 498
13. T. Fazello, vol. I, pag. 445
14. T. Fazello, vol. I, pag. 445 e seg.
15. G. Paternò Castello 1907, pp. 85-87
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