Castello di Adrano

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Incastellamento normanno nella Sicilia medievale: il castello di Adrano
Il castello di Adrano e i dongioni normanni della valle del Simeto

Sessioni fotografiche – 20 agosto 2010 (Kodak DCS Pro/N + Nikon 17-35mm f/2.8 AF-S); 7 aprile 2012 (Nikon D1X + Nikon Nikkor 12 24 AF G f/4)

Rapporti ambientali – centro abitato (269 I N.E. Adrano)

Orari di apertura – da martedì a sabato 9.00 – 19.00; domenica e festivi 9.00 – 13.30; lunedì chiuso. Biglietto unico Museo di Adrano, visita ai vani interni e alla cappella gentilizia del dongione e area archeologica delle Mura dionigiane: € 4,00 intero; € 2,00 ridotto.

Castello di Adrano - Kodak DCS proDescrizione storica – Le fonti storiche tacciono sull’edificazione di un fortilizio presso Adrano durante la conquista normanna. In mancanza di attestazioni documentarie, si ritiene che il dongione sia stato edificato nella seconda metà dell’XI sec. d.C., presumibilmente intorno o poco dopo il 1072, anno in cui si decise di costruire la vicina e simile torre di Paternò 1)AA.VV. (2001), Castelli medievali di Sicilia, pag. 155 . Nel 1092 d.C. l’abitato di Adrano fa parte della diocesi di Catania 2)AA.VV. (2001), Castelli medievali di Sicilia, pag. 155 3)F. Maurici 1992, pag. 246 , mentre agli inizi del XII terra e castello diventano feudo di Adelasia 4)F. San Martino de Spucches (1924-1941), vol.I, pag. 21, nipote di Ruggero I. Edrisi, nel 1150 d.C., ricorda Adrano, descrivendo l’abitato come “bel casale… posto sopra un’eminenza tutta sassosa…” con mercati, bagni e una “ruqqah”, una fortezza 5)M. Amari 1880/81, vol. I, pag. 109 . Il passo è fondamentale testimonianza che attesta l’esistenza di un edificio fortificato ad Adrano durante il regno normanno. Conferma l’importante testimonianza del geografo arabo un atto del 12 maggio 1158 6)C.A. Garufi 1913, pp. 356-360. In quell’anno Adelasia dedica una fondazione religiosa a S. Lucia. Il monastero, con profusione di mezzi e donazioni, viene costruito in “…oppido meo Adernione…”. Il termine “oppidum”, utilizzato per qualificare l’abitato, trasmette l’idea che Adrano fosse fortificata e che insieme al castello vi fossero anche mura di cinta a proteggere il nucleo del paese 7)F. Maurici 1992, pag. 246. Alla morte della contessa, dopo il 1160 d.C. alla veneranda età di 76 anni, succede presumibilmente l’unico figlio della donna, Adam, che manterrà la sovranità sui domini materni fino alla morte, avvenuta nel 1185 d.C. 8)A. Alibrandi, L. Signorello (1988), pag. 52. In quell’anno succede in qualità di sovrano della contea Gualtieri de Parisio 9)San Martino de Spucches (1924-1941), vol. I, pag. 23. Tuttavia sul ruolo ricoperto da questo personaggio all’interno del territorio adranita permangono alcuni dubbi. E’ opinione diffusa che egli abbia governato il feudo 10)AA.VV. (2001), Castelli medievali di Sicilia, pag. 155, sebbene alcuni studiosi ritengano che Gualtiero abbia solo svolto mansioni di castellano della fortezza e che nel frattempo il feudo sia passato semplicemente nelle mani dei parenti prossimi di Adam Altavilla 11)A. Alibrandi, L. Signorello (1988), pp. 52-53. Sui destini dell’ “oppidum” di Adrano durante il dominio svevo non si hanno notizie. E’ possibile che l’imperatore abbia visitato il feudo intorno al 1221 d.C., anno in cui risiedeva a Paternò 12)Huillard-Bréholles 1852-61, vol. II, parte I, pag. 195 e vol. III, fol. 239. In questo stesso periodo sembra che ai de Parisio succedano prima la famiglia Pellegrino e successivamente gli Sclafani. Nel 1299 la cronaca di Nicolò Speciale cita castello e abitato in qualità di “oppidum inexpugnabilis” 13)R. Gregorio (1791/92), pag. 409. Quattro anni dopo Federico III nomina Matteo Sclafani conte di Adrano 14)San Martino de Spucches (1924-1941), vol. I, pag. 23. Ormai strettamente in mani feudali, la fortezza viene correttamente classificata da Michele da Piazza come “turris” 15)Michele da Piazza (1980), pag. 113, nel 1348 espugnata e conquistata dai chiaramontani, che per rappresaglia uccidono il castellano, tale Tommaso de Aquino. La conquista da parte della fazione chiaramontana non ha salde radici, pochi anni dopo, nel 1354 è sempre Matteo Sclafani ad esercitare il potere sul feudo, obbligando il nipote Matteo Peralta ad assumere cognome e arma della famiglia Castello di Adrano - Nikon D1XSclafani, al fine di assicurare la successione e la sovranità su Adrano e territori circostanti 16)San Martino de Spucches (1924-1941), vol. I, pag. 24. In realtà il Peralta non era il solo ad avanzare diritti di successione e possesso del feudo. Egli infatti, era figlio di una figlia di secondo letto di Matteo Sclafani, tale Aloisa Sclafani. Pochi anni dopo sono i figli di primo letto dello vecchio Sclafani ad avanzare diritti sui possedimenti di famiglia in quest’angolo del territorio etneo. Precisamente, nel 1360 Matteo Moncada Sclafani si impadronisce con le armi del paese e delle difese, ottenendo che la sua conquista sia riconosciuta come legittima dalla Corte Palermitana 17)San Martino de Spucches (1924-1941), vol. I, pag. 24. Il Moncada, che avanzava legittimi interessi di successione, era figlio di Margherita Sclafani, a sua volta figlia di Matteo Sclafani, che l’ebbe dal primo matrimonio. La famiglia Moncada manterrà il possesso del feudo fino al 1713. Sui destini del castello durante la signoria Moncada si conosce poco. Agli inizi del XVI sec. si edifica, probabilmente, la bastionatura a protezione del pianterreno e del primo piano 18)AA.VV. (2001), Castelli medievali di Sicilia, pag. 155. La modifica architettonica fu resa necessaria a causa della diffusione e del largo uso di pezzi artiglieria nelle guerre moderne. Nel 1557 Filoteo degli Omodei ricorda Adrano in qualità di “…terra molto forte…” 19)Filoteo degli Omodei (1557), pp. 135-136. Il passo lascia intendere la piena funzionalità delle fortificazioni durante la seconda metà del XVI sec., prova ne è l’utilizzo del maniero a fini residenziali ancora agli inizi del XVII sec. Nel 1611, infatti, il dongione ospita il vescovo di Cartagine, Ludovico, giunto ad Adrano per consacrare la chiesa di S. Francesco 20)A. Alibrandi, L. Signorello 1988, pag. 56. Il feudo raggiunge tale importanza e prosperità da meritare, nel 1690, l’istituzione di una diocesi indipendente da Catania, ratificata nel 1706 dal papa 21)A. Alibrandi, L. Signorello 1988, pag. 56. Il castello scampa incolume al sisma del 1693. Tuttavia agli inizi del XVIII sec. si registra un progressivo abbandono della struttura fortificata, che non è più residenza per la famiglia Moncada, che preferisce ricchi e lussuosi palazzi nei pressi dei centri abitati più Castello di Adrano - Nikon D1Ximportanti 22)A. Alibrandi, L. Signorello 1988, pag. 57. Sullo stato del castello intorno alla metà del 1700 è importante la testimonianza di V. Amico. Lo storico siciliano ricorda abbandonata la grande mole della torre di Adrano. Cita il bastione a protezione dei piani inferiori, ricorda l’esistenza di un ponte, menziona la trasformazione delle sale inferiori adattate a prigione e accenna ai piani superiori aventi “..sale magnifiche… non più in stato di potersi abitare…” 23)V. Amico (1855/56), vol. I, pag. 55. Agli inizi del XIX sec. si decide di trasferire le celle di detenzione dal pianterreno ai piani superiori, coinvolgendo soprattutto il primo piano. Il trasloco porta conseguenze negative che intaccano l’originaria divisione dei saloni, ulteriormente frazionati per far posto alle celle e all’abitazione del carceriere. Si praticano nuove aperture per finestre più ampie e luminose. L’ingresso del pianterreno viene trasferito lungo il versante settentrionale e si creano gradinate per trasferire direttamente al primo piano i detenuti. Il pianoterra si rende inaccessibile, perché il primo salone risulta trasformato in pozzo nero, il secondo in magazzino, ostruendo del tutto qualsiasi comunicazione con il piano superiore 24)A. Alibrandi, L. Signorello 1988, pp.58-59. Il disfacimento dell’edificio trova testimone diretto il Paternò Castello che nel 1817 ricorda il castello come torre di epoca normanna, principale abitazione dei conti di Adrano, utilizzato come carcere, pur minacciando di rovina 25)I. Paternò Castello (1817), pag. 57. Purtroppo la destinazione d’uso non muta nei decenni successivi . Nel 1920 il dongione diventa patrimonio del Comune e nel 1943 viene utilizzato come rifugio per le famiglie vittime dei bombardamenti alleati. Finalmente nel 1958 la torre non risulta più utilizzata come carcere mandamentale, iniziano i primi restauri per rendere fruibile l’edificio e poco dopo si instituisce il primo nucleo del museo archeologico 26)A. Alibrandi, L. Signorello 1988, pag. 59.

dsc_0725Descrizione architettonica e topografica- Nonostante le apparenze, anche il castello di Adrano, similmente alle torri di Paternò e Motta S. Anastasia, è costruito su un affioramento roccioso noto con il toponimo di “piano della Cuba”. L’edificio è un imponente parallelepipedo di pianta rettangolare (metri 20×16,70), alto quasi 34 metri (33,70 m.). La muratura, spessa tra i 2,30 e i 2,60 metri, è realizzata in “opus incertum”, utilizzando pietrame lavico appena sbozzato; solo i cantonali sono rinforzati mediante l’utilizzo di blocchi ben squadrati sempre di pietra lavica 27)F. Maurici (1992), pag. 177. L’edificio consta di quattro elevazioni, escluso il pianterreno, al quale si accede da ovest mediante una porta ad ogiva impreziosita da cornice. L’interno del pianterreno è ripartito in due ambienti, molto ampi, entrambi suddivisi in tre campate da un muro mediano. La copertura è formata da volte a botte e a crociere di laterizi . Sulla destra rispetto alla bella porta di accesso al pianterreno trova luogo la porticina che immette sulla scala che conduce al primo piano. La scala è ricavata all’interno dello spessore murario. L’attuale distribuzione dei vani del primo piano, un ampio salone rettangolare a meridione e tre vani quadrangolari a settentrione coperti da volte a botte, non è quella originaria, ma è il risultato di frazionamenti avvenuti nei lunghi secoli di vita del maniero e soprattutto del trasferimento delle celle di detenzione dal pianterreno agli inizi del XIX sec. 28)A. Alibrandi, L. Signorello (1988), pag. 58. E’ comunque probabile che, in origine, il primo piano si suddividesse in due ampi vani, utilizzati come dimora o come saloni di rappresentanza. Difficile affermare quante e quali fossero le finestre originarie: attualmente tre monofore, due molto ampie, una poco più di una feritoia, illuminano la parte settentrionale del vano; similmente anche il versante meridionale riceve luce da altrettante aperture. Lungo il versante orientale si apre un secondo ingresso, ampio e sorretto da un arco ad ogiva composto da bei conci calcarei e impreziosito da cornice in pietra lavica. E’ largamente probabile che questo fosse l’ingresso principale al castello 29)F. Maurici (1992), pag. 178. L’accesso avveniva attraverso un ponte al quale si riferiscono alcuni cardini oggi superstiti posti immediatamente al di sotto del suddetto ingresso e attualmente celati alla vista dalla cinta bastionata. E’ probabile che il sistema di accesso tramite ponte ligneo fosse ancora in funzione alla fine del XVIII sec., così come ricorda l’abate Vito Amico 30)V Amico (1855-56), vol. I, pag. 55. Si giunge al secondo piano attraverso una seconda rampa di scale ricavata sempre all’interno dello spessore murario, ma posta nell’opposta parete occidentale rispetto alla rampa che conduce al primo piano. La soluzione è differente rispetto a quanto si osserva presso il dongione di Paternò, ove le rampe di scale, pur nello spessore murario, si svolgono lungo il medesimo versante. La soluzione di Adrano svolgeva un’importante funzione difensiva per la torre. Gli eventuali nemici avevano facoltà di conquistare solo una rampa per volta, mentre i difensori potevano isolare e rendere indipendenti i singoli piani. Il secondo piano, in origine, è possibile che avesse un frazionamento simile a quello del piano sottostante; tuttavia quel che si osserva oggi è il risultato di rimaneggiamenti operati nei secoli. La modifica più interessante che caratterizza questa elevazione è certamente la cappella, posta nella porzione sud orientale del piano e databile, approssimativamente, tra XIV e XV sec. d.C. Si tratta di un vano di 7×4 metri, con abside ricavata nello spessore murario del versante est 31)F. Maurici (1992), pag. 178. All’ambiente religioso si accede attraverso un ingresso monumentale posto lungo la parete divisoria nord. L’accesso è arricchito da archivolti ogivali dsc_0652esaltati dalla presenza di semicolonne che sorreggono capitelli decorati con motivi fitofloreali (probabilmente alghe). Nella lunetta si conserva un affresco di epoca moderna, segno della frequentazione dell’ambiente anche nei secoli XVI e XVII. Per l’edificazione della cappella gentilizia è stata utilizzata una pietra lavica rossastra, adatta alla creazione di modanature e bassorilievi. L’aula riceve luce da una monofora posta lungo il muro meridionale e da una feritoia a strombo presente sulla conca absidale. Il catino dell’abside è affrescato. Il motivo è bizantineggiante, un Cristo Pantocratore inscritto in un clipeo sorretto da quattro angeli. La rampa di scale che permette l’accesso al terzo piano non è originale, probabilmente è il risultato di riadattamenti avvenuti tra XVI e XVII sec., come testimonia la porta di accesso alle scale. Tracce della scala originaria, quella ricavata all’interno dello spessore murario, si possono trovare, come di consuetudine, nella parete opposta a quella che ospita le scale che conducono al secondo piano. Il terzo piano, suddiviso in due ampie sale, presenta interessanti particolarità relativamente alla copertura. Dall’esame della muratura si osserva la presenza di numerosi fori, indizio che suggerisce la presenza di una soppalcatura oggi scomparsa. La modifica, evidentemente, era rivolta a sfruttare tutto lo spazio che il terzo piano poteva offrire soprattutto in altezza 32)La torre di Paternò presenta una soluzione simile al pianterreno. Qui, però, la volta ad ogiva si conserva integra. G. Agnello (1966), pag. 99. E’ probabile, purtroppo, che la creazione del soppalco ligneo abbia portato alla totale eliminazione della bella volta ad ogiva, sostituita da una semplice copertura piana. Resti della volta ad ogiva si possono osservare lungo le pareti orientale e occidentale. Lo sviluppo in altezza del dongione non si conclude col terzo piano, un’ulteriore rampa porta al quarto piano, la cui realizzazione è singolare. Esso, infatti, non presenta ulteriori vani residenziali. La scala conduce ad un raro camminamento di ronda coperto che si svolge lungo i quattro lati del quadrilatero. Si tratta di quattro stretti corridoi coperti con volta ad ogiva. La luce filtra da saettiere strombate poste a distanze regolari le une dalle altre. Le saettiere, ovviamente, svolgono anche la funzione di punti luce e risultano ben mimetizzate all’esterno. Risulta complicato pronunziarsi sull’origine di questo particolare accorgimento difensivo, sul quale si attendono studi specifici 33)Il camminamento di ronda è presente nei rilievi effettuati dal Blanco (1965). Si deve al nuovo direttore del museo di Adrano, l’architetto Nello Caruso , l’ipotesi che il luogo dell’accesso al camminamento di ronda coincidesse con lo sbarco di una scala elicoidale nel muro occidentale. L’architetto Caruso, inoltre, ipotizza che la realizzazione possa risalire ad epoca federiciana, sulla base di un confronto con il castello di Lagopesole, presso il quale si osserva la presenza di un similare camminamento di ronda. Non è quindi possibile affermare con certezza se esso facesse parte del progetto originario o se venisse aggiunto in un secondo momento. E’ doveroso sottolineare come tanto nel dongione di Paternò quanto in quello di Motta S. Anastasia non esista nulla di lontanamente simile. Il camminamento di ronda coperto del quarto piano è una peculiarità solo del castello di Adrano. Dall’ultimo piano della torre si accede direttamente al piano terrazzato per mezzo di una stretta scala. Sulla sommità della torre rimangono alcune opere accessorie, delle quali la maggior parte sembrerebbe frutto di ammodernamenti cinquecenteschi. Non sembra vi sia traccia della merlatura originaria, sostituita da caditoie, feritoie e beccatelli certamente ascrivibili ad epoche successive e a restauri databili intorno alla metà del XX sec. Infine, sull’esistenza di torri sommitali angolari, caratteristica dei dongioni anglonormanni e delle quali sembra resistere un avanzo nell’angolo sud-est del piano terrazzato della torre di Paternò, nulla rimane presso il castello di Adrano, così come non rimangono elementi che lascino supporre l’esistenza di un’ulteriore elevazione costruita in materiale ligneo.

Cronologia – XII secolo d.C. (?)

Bibliografia –

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14. San Martino de Spucches (1924-1941), vol. I, pag. 23
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18. AA.VV. (2001), Castelli medievali di Sicilia, pag. 155
19. Filoteo degli Omodei (1557), pp. 135-136
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21. A. Alibrandi, L. Signorello 1988, pag. 56
22. A. Alibrandi, L. Signorello 1988, pag. 57
23. V. Amico (1855/56), vol. I, pag. 55
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25. I. Paternò Castello (1817), pag. 57
26. A. Alibrandi, L. Signorello 1988, pag. 59
27. F. Maurici (1992), pag. 177
28. A. Alibrandi, L. Signorello (1988), pag. 58
29. F. Maurici (1992), pag. 178
30. V Amico (1855-56), vol. I, pag. 55
31. F. Maurici (1992), pag. 178
32. La torre di Paternò presenta una soluzione simile al pianterreno. Qui, però, la volta ad ogiva si conserva integra. G. Agnello (1966), pag. 99
33. Il camminamento di ronda è presente nei rilievi effettuati dal Blanco (1965). Si deve al nuovo direttore del museo di Adrano, l’architetto Nello Caruso , l’ipotesi che il luogo dell’accesso al camminamento di ronda coincidesse con lo sbarco di una scala elicoidale nel muro occidentale. L’architetto Caruso, inoltre, ipotizza che la realizzazione possa risalire ad epoca federiciana, sulla base di un confronto con il castello di Lagopesole, presso il quale si osserva la presenza di un similare camminamento di ronda
34. et XIV
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