Castello di Calatabiano

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Incastellamento normanno nella Sicilia medievale: il castello di Calatabiano

Federico II e i luoghi del potere: il castello di Calatabiano

Sessioni fotografiche – 2001/2003 (Nikon Coolpix 995, foto pre-restauri)

Rapporti ambientali – Versante orientale etneo, bassa collina a 210 m. s.l.m.; attuale centro abitato a 60 m. s.l.m.

Castello di Calatabiano, pre restauri, foto Giuseppe Tropea

dscn2298Descrizione storica – Rimangono sconosciute le origini del castello di Calatabiano e del relativo abitato, sebbene non vi siano dubbi sul fatto che la località abbia antichi, forse antichissimi natali. Il toponimo è un composto il cui prefisso, “qala”, indica in lingua araba la presenza di luogo naturalmente fortificato. Sarebbe quindi possibile inserire la fortezza nel novero dei castelli arabi sorti negli ultimi decenni della guerra bizantino/musulmana, anni durante i quali Taormina, caduta in mano musulmana già nel 902 d.C., diventava un caposaldo fortificato fondamentale per il controllo dei Peloritani 1)M. Amari 1880-1881, pp. 134-135, vol. II 2)1. Subito dopo la caduta di Rometta (965 d.C.) e la totale conquista dell’isola da parte musulmana, il califfo ‘Al Mucizz diede ordine all’emiro di Sicilia ‘Ahmad di edificare in ciascun ‘iqlim (provincia o distretto) una città fortificata, al fine di scongiurare ogni tentativo di riconquista bizantina. Calatabiano poteva a tutti gli effetti rientrare nel novero delle edificazioni o riedificazioni volute da questo editto. . A sua volta Calatabiano, posta esattamente di fronte a Taormina, poteva rappresentare un luogo forte importante da presidiare, poiché da esso si poteva facilmente tenere sotto controllo la foce del fiume Alcantara. Non è impossibile, comunque, che così come Taormina, anche la fortezza di Calatabiano fosse una rifondazione musulmana di un ridotto fortificato di epoca bizantina, edificato proprio per la salvaguardia dei territori circostanti tra la fine del IX e gli inizi del X sec. d.C., periodo in cui i musulmani avevano conquistato buona parte dell’isola e minacciosi giungevano a razziare i territori etnei 3)M. Amari 1880-1881, pag. 371, vol. I 4)2. La zona etnea fu a più riprese oggetto di rappresaglie e razzie da parte dei musulmani, la violenza dei quali aumentò notevolmente dopo la caduta di Siracusa nell’878 d.C. ‘Ibn ‘al ‘Atir ricorda, fra le prime incursioni, quella avvenuta nell’anno 835/836 d.C., durante la quale furono fatti talmente tanti prigionieri, da far abbattere il prezzo degli schiavi al mercato. Il passo, che ricorda questa prima fortunata razzia, pone attenzione sulla presenza di fortezze nei dintorni dell’Etna. ancora in mano cristiana. Purtroppo, oltre il dato toponomastico, non vi sono altre attestazioni documentarie certe per il periodo compreso tra i secoli IX e XI d.C. che ricordino l’esistenza di Calatabiano. Nelle vicinanze dell’abitato, per l’esattezza in contrada Imperio 5)E.
Tomasello 1988-1989, pag. 57
, alcune indagini archeologiche hanno restituito tracce di frequentazione risalenti ad epoca sia greca, sia romana. Giungendo, però, ad
epoca strettamente normanna desta stupore il fatto che Edrisi non dedichi una sola parola a Calatabiano e al relativo abitato 6)M. Amari 1880-1881, pp. 69 e 106 7)3. Edrisi ricorda Mascali, si dilunga a descrivere Taormina, ma tace su Calatabiano (forse abbandonata?).. Solo durante gli ultimi anni di regno di Guglielmo I (1153 – 1166) dscn3903e i primi anni di regno di Guglielmo II (1166/1189) si ha la notizia di un certo Roberto “Calataboiacensis”, governatore del castello a mare in Palermo 8)U. Falcando a cura
di G.B. Siragusa 1897, pp. 85-86 e115-118
9)4. La fonte ricorda Roberto Calataboiacensis alla stregua di “ultime crudelitatis homo” e come tale condannato alla reclusione per ordine di Etienne du Perché.. Il cognome ha certamente valore toponomastico, sebbene non sia dato sapere quale rapporto avesse tale Roberto con Calatabiano. E’ possibile che egli fosse sovrano del feudo o un membro della famiglia che esercitava il potere sul feudo. Secondo l’ipotesi avanzata da alcuni storici 10)V. Amico 1855-1856, pag. 188 11)5. V. Amico ritiene che i De Parisio giungessero in Sicilia già nel 1135. In quella data due membri della famiglia, Pagano e Gualtieri, avrebbero ottenuto da Ruggero II il feudo di Calatabiano., Roberto pare fosse membro della potente famiglia dei de Parisio, sebbene manchino chiare prove documentarie che possano confermare questo legame di parentela. I de Parisio, originari probabilmente di Parigi, giunsero in Sicilia non prima del 1162. Uno dei membri della famiglia, Bartolomeo de Parisio, ebbe presso la corte reale una carriera agli inizi fulminante. Egli, infatti, fu subito nominato regio giustiziere e signore di Mascali 12)C.A. Garufi 1913, pag. 346. Della sua figura i cronisti del tempo lasciarono un ritratto dalle tinte fosche 13)U. Falcando a cura di G.B. Siragusa 1897, pag. 86. Dopo alcuni anni di servizio, cadde in disgrazia e venne imprigionato presso Salerno 14)C.A. Garufi 1913, pag. 351. Dalla reclusione gli fu possibile uscire solo per mezzo dell’indulto proclamato in occasione della maggiore età di Guglielmo II. Quali furono le sue mosse successive rimane ancora un mistero. Sappiamo che venne trascinato in una controversia in relazione al presunto possesso abusivo di un appezzamento di terra di pertinenza del monastero del S.
Salvatore di Messina e sito non lontano da Mascali 15)C.A. Garufi 1913, pag. 358-360 16)6. La terra era detta Catuna o sita in contrada Catuna. . Una tarda testimonianza racconta anche che Bartolomeo acquistò dalla corona Calatabiano, pagando una somma di circa centomila tarì 17)H. Niese 1915, pag. 85. Fra i figli di Bartolomeo, il maggiore, Pagano, già dal 1194 risultava in possesso delle contee di Avellino e Butera. L’anno successivo, in un atto scritto da Pagano viene citato, in qualità di teste, un certo Pietro, barone di Calatabiano, forse una sorta di “miles castri” al servizio della famiglia De Parisio 18)C.A. Garufi 1913, pag. 364. Dello stesso periodo risulta un secondo documento relativo a privilegi legati al casale Cremasto (Motta Calastra) e nel quale si cita un “tenimentum Calatabiani”. Il controllo su Calatabiano da parte dei de Parisio attraversò un momento critico a causa della salita al potere di Enrico VI e, soprattutto, durante la minore età di Federico II. Nel 1201, infatti, Calatabiano passò nelle mani del vescovo di Messina, Berardo 19)J.L.A.Huillard-Breholles 1852/1861, vol. I, 1, pp. 76-77, documento del giugno 1201. L’abitato venne restituito ai de Parisio solo alcuni anni dopo, giacché solo dal 1208 si attesta la presenza di Gualtieri de Parisio a capo del feudo 20)H. Niese 1915, pag. 86. Fu una pace, tra questa rissosa famiglia del nord e la corona siciliana, di breve durata. I de Parisio, infatti, caddero nuovamente in disgrazia, macchiandosi probabilmente di lesa maestà. Fu direttamente Federico II a prendere seri provvedimenti. Gualtieri probabilmente spirò prima che la mano del sovrano si abbattesse sulla famiglia; il fratello Pagano venne catturato e da quel momento scomparve dalla scena politica siciliana 21)H. Niese 1915, pag. 87. Calatabiano fu, probabilmente, uno dei motivi di forte attrito. Abitato e castello vennero per breve tempo affidati al vescovato di Catania. Fu però reclamato il possesso della terra da parte del conte Armaleo dei Monaldeschi, che ottenne rapida giustizia, salvo poi rivendere Calatabiano alla stesso vescovo di Catania, Gualtieri de Palearia, ricavando un’ingente somma, circa 15000 tarì 22)H. Niese 1915, pp. 88-91. A sancire il passaggio di proprietà fu la regina Costanza, in un documento nel quale si ricorda chiaramente
Calatabiano in qualità di “…castrum… cum casalibus, villanis, terris, tenimenti set pertinentis suis…” 23)J.L.A.Huillard-Breholles 1852/1861, vol. I, 1, pp. 253-255, documento del marzo 1213. E’ la prima volta che un documento ufficiale cita chiaramente la presenza di un presunto sito fortificato, alle cui dipendenze stavano diversi casali posti lungo il pianeggiante agro costiero compreso tra la foce dell’Alcantara e la foce del Fiumefreddo. Il documento non chiarisce l’entità del castrum. Non è dato sapere se il termine intendesse il solo ridotto fortificato, costruito sulla sommità del colle, o volesse comprendere anche il possibile borgo sorto ai piedi del castello e all’epoca probabilmente già murato. Il vescovato di Catania entrò presto in contrasto con la corona. Federico II spedì Gualtieri de Palearia a Damietta e procedette con la confisca di Calatabiano, donata nuovamente al vescovo di Messina, Berardo, alla morte del quale pare che castello e abitato giungessero in mano a Giovanni de Romania di Scala, un funzionario di corte, e prima del 1239 al conte Enrico di Malta. Di seguito Calatabiano rientrò tra i possedimenti del demanio, salvo poi essere assegnata ad un messinese di origini toscane, Ottaviano de Camullia e successivamente passò di mano in mano, senza che si stabilisse una dinastia sovrana. Sotto la dominazione angioina per breve tempo il vescovato di Messina ebbe il controllo della fortezza e dell’abitato, sebbene tale Vassallo de Amelina privasse nuovamente il vescovo del possesso, agendo, a suo dire, per volontà della corona 24)R. Starrabba 1888, pp. 99-100 25)M. Amari, La guerra del Vespro Siciliano, pag. 100. Nonostante il vescovo messinese si appellasse al legato apostolico, nel 1268 Calatabiano venne apparentemente restituita al vescovato di Catania, senza però che alla sentenza seguisse effettivamente la restituzione materiale 26)R. Filangieri 1968, vol. I, pag. 189. Si entrò, infatti, all’interno di una seconda controversia, nella quale era tale Guglielmo de Amendolea a reclamare il possesso del castrum. La confusione generata dalle lungaggini dei processi fece sì che il castello di Calatabiano tornasse alla Corona e da essa fosse amministrato, per mezzo di un procuratore, fino allo scoppio dei Vespri Siciliani 27)R. Filangieri 1968, pag.159, XXIV, (1280-81). Le incertezze della politica siciliana durante e subito dopo la Guerra del Vespro lasciano incerti sul destino di Calatabiano. Nel 1285 sembra che fossero i Lauria prima e i Doria 28)G.L. Barberi 1993, pag. 410 29)I. Peri 1982, pag. 134 dopo a possedere il castrum.

dscn2334L’alternarsi di fazioni rivali, in questi territori di confine, pose nuovamente Calatabiano al centro di una contesa tra Messina, in mano ai Palizzi, e Catania, sotto il potere degli Alagona. Pare che gli abitanti di Calatabiano scegliessero di parteggiare per i Palizzi, in accordo con Taormina. Per tal motivo diedero vita a fenomeni di guerriglia che ebbero come immediato risultato la distruzione del vicino casale di Mascali 30)Michele da Piazza 1980, pag. 98 . Un altro episodio di estrema ostilità nei confronti degli Alagona, di origine catalana, si verificò nel 1354, anno in cui il re Ludovico, durante il viaggio che da Catania doveva portarlo a Milazzo sotto tutela dei catalani, domandò ricovero presso il castello e l’abitato fortificato di Calatabiano. Giacché gli abitanti risposero che avrebbero volentieri accolto il re ma non il suo seguito spagnolo. Ludovico, con grande disappunto, fu costretto a prendere riposo nel vicino “burgo” 31)Michele da Piazza 1980, pag. 175 . La testimonianza del viaggio di re Ludovico rende manifesto come già a metà del XIV sec. d.C. di Calatabiano non era attestata solo l’esistenza di un castello e di un piccolo abitato fortificato immediatamente sottostante la rocca, ma anche di una borgata, chiaramente non protetta da cinta muraria, che giaceva ai piedi della collina, presumibilmente l’originario nucleo dell’abitato contemporaneo. Anche il “burgus” doveva avere un’origine precedente alla testimonianza della metà del XIV sec. Sebbene non si posseggano altre attestazioni documentarie, è lecito supporre che l’abitato non murato nascesse in epoca normanna, periodo nel quale è luogo comune trovare abitati divisi tra parte fortificata, con a capo un ridotto fortificato, e parte non protetta da mura. La distinzione gravava anche a livello sociale, giacché all’interno del castrum solevano risiedere feudatari e coloni di origine “latina”, nel quartiere aperto alloggiava la popolazione indigena di stirpe saracena e greca 32)F. Maurici 1992, pp. 139-140. Solo l’anno successivo, nel 1355, Calatabiano venne ridotta all’obbedienza da Artale Alagona, il quale fece dell’abitato un centro per le operazioni militari che portarono, due anni dopo, alla sconfitta navale angioina a largo di Ognina 33)Michele da Piazza 1980, pag. 175 . La famiglia Alagona mantenne il possesso del castrum e borgo per circa un quarantennio, giacché insieme ad Aci, l’abitato rappresentava un importante sbocco a mare e conseguente caricatore per le merci prodotte nei possedimenti etnei degli Alagona. Solo nel 1390 Calatabiano venne confiscata, perchè gli Alagona si ribellarono alla corona. Re Martino concesse l’abitato al conte di Cammarata, Bartolomeo Aragona 34)G.L. Barberi 1993, pag. 410. A causa di successive ribellioni e ripensamenti dell’Aragona, Calatabiano fu nuovamente concessa a tale Guerau Queralt e nel 1395 al barone di Cesarò, Tommaso Romano. Erano concessioni che non avevano diretto riscontro materiale, poiché ancora nel 1395 era sempre il conte di Cammarata a esercitare con forza la sovranità su Calatabiano. Il castrum venne venduto solo nel 1482 a Francesco Mirulla 35)G. Tomarchio 1982, pp.324-326, la cui dinastia vi rimase sovrana fino alla fine del XVI sec. Calatabiano fu vittima di un assalto di pirateria turca nel 1544. In questa occasione pare venisse gravemente saccheggiato il borgo, mentre terra fortificata e castello furono in grado di proteggere buona parte della popolazione 36)Amoroso, Raccuglia 1902, pag. 11. Nel 1599 fu investito barone di Calatabiano Lorenzo Gravina e Cruilles che ottenne il feudo da Giovan Battista Mirulla. Durante il XVII secolo l’abitato fu funestato da due tristi episodi. Nel 1677 francesi riuscirono a penetrare nell’abitato 37)F. Aprile 1725, pag. 377, sebbene il castello risultasse imprendibile. Infine, nel 1693 il violento terremoto che si abbatté lungo tutta la Sicilia, soprattutto orientale, arrecò gravi danni a Calatabiano, causando numerosi morti 38)A. Burgos 1693, pag. 3 39)D. Guglielmini 1695, pag. 141 40)P. Boccone 1695, pag. 27. Il cataclisma sancì il definitivo abbandono dell’abitato d’altura da parte della gente, che decise di spostarsi del tutto verso il sottostante borgo, sempre più ampio e popolato.

Descrizione architettonica e topografica –

A) Il castello

dscn2333Il rilievo su cui sorge la fortezza è una collina irregolare, posta sulla riva meridionale dell’Alcantara ad una quota massima di 210 s.l.m. Ad un primo sguardo è possibile discernere due distinti momenti costruttivi che hanno condizionato l’intera pianta del castello, il quale si adatta perfettamente alla sommità del colle. La rocca si divide in due porzioni, delle quali la più alta, il dislivello è solo di alcuni metri, è occupata da un edificio di pianta rettangolare con la presenza, in corrispondenza dei lati corti, di due torri semicircolari. Si tratta del nucleo originario, così come si evince dalla tecnica muraria: un massiccio ridotto difensivo posto a guardia delle reti viarie che dalla costa, seguendo l’Alcantara, si inoltravano e si inoltrano verso l’interno, e in continuo contatto visivo con il castello di Taormina e la fortezza della “Mola”. Non è possibile offrire una datazione certa per la struttura. Si presume risalga ad epoca normanno/sveva, forse trattandosi della ricostruzione di un ridotto fortificato di epoca molto più antica, probabilmente arabo/bizantina. Al XV secolo d.C., per opera dei Cruylles, è databile il successivo impianto che andò ad occupare il resto della rocca. Si possono distinguere il secondo ingresso, costruito per accedere al mastio, divenuto a tutti gli effetti una fortezza nella fortezza; inoltre alcuni grandi ambienti a pianta quadrangolare posti a nord-est dell’intero impianto e antistanti il grande deambulatorio che li collega tutti; infine presso l’angolo nord-est, un piccolo edificio sacro, una cappella a pianta rettangolare irregolare ed abside semicircolare. Dalla cortina muraria orientale sporge un grande torrione a pianta rettangolare con sottostanti depositi, forse cisterne per l’acqua. L’intero corpo di fabbrica è naturalmente protetto per tre dei quattro punti cardinali. A nord, est e in parte a sud le pareti si presentano a strapiombo sulla valle e l’unico accesso agevole si trova in corrispondenza dei versanti ovest e sud/ovest, dove la cortina muraria è ben solida e sorvegliata.

B)La “Terra Vecchia”

dscn2337I resti dell’antico abitato si dispongono, orientandosi nord/sud, in forte pendenza e ad una quota più bassa rispetto ai ruderi del castello. Non sembra vi siano corsi d’acqua o sorgenti sotterranee sul colle, dunque gli abitanti si approvvigionavano per mezzo di cisterne. La cinta muraria presenta un perimetro irregolare 41) G. Tomarchio 1982, pp. 311-342. Un primo tratto si raccorda al castello nell’angolo nord/est, in corrispondenza dell’abside della cappella, e prosegue verso meridione, incontrando l’alta abside della chiesa del Crocifisso, superata la quale, dopo alcune decine di metri, le mura piegano verso occidente. Questo primo tratto orientale presenta un pessimo stato di conservazione. Poche assise affiorano dall’attuale piano di calpestio. Il tratto meridionale, con direzione est/ovest, si presenta meglio conservato almeno in alcuni punti. Esso transita poco a meridione della chiesa del Carmelo e si caratterizza per la presenza di un alto parapetto merlato caratterizzato da una torre circolare del diametro di metri 3,30 e uno spessore murario di circa 45 cm. La tecnica edilizia si distingue per la presenza di ciottoli fluviali e pietrame vario inzeppato con laterizi. Oltrepassata la chiesa del Carmelo, il muro di cinta procede a linea spezzata fino ad incontrare una seconda torretta circolare e termina in corrispondenza di una porta urbica, posta a bassa quota rispetto al resto del paese e della quale rimangono gli stipiti e tracce di intonaco 42)7. Archivio di Stato di Palermo (ASPA), Riveli, pp. 896 e seg. I documenti relativi al censimento degli abitanti di Calatabiano, disponibili dal 1593 in poi, rappresentano una fonte importante per lo studio dell’abitato a partire dal XVI sec. Fra i toponimi risultano citati tre ingressi al paese, Porta Grande, Porta delle Rose e Portello. E’ possibile che l’ingresso posto alla quota più bassa, attraverso il quale transitava la via maestra, fosse proprio la “Porta Grande”.. Un seconda porzione della cinta muraria vede l’inizio in corrispondenza del lato nord-occidentale del castello, poco sotto l’antico mastio. Essa prosegue verso sud, piegando leggermente in direzione sud/ovest in corrispondenza di una seconda porta urbica, attraverso la quale transita, perpendicolarmente, un’altra via di accesso che conduce all’interno del paese in corrispondenza della chiesa del Crocifisso. Oltrepassato questo secondo accesso la cinta muraria continua sempre verso sud/ovest, sebbene lungo questo tratto si riesca difficilmente a distinguerne i ruderi, quasi del tutto scomparsi. Questo versante della cinta urbica dovrebbe, infine, terminare non lontano dal tratto meridionale delle mura e in corrispondenza del principale accesso al paese. Riguardo alle chiese, dalle rationes decimarum del biennio 1308/1312 43)P. Sella 1944, pag. 59 si apprende dell’esistenza dscn3905presso Calatabiano di due chiese dedicate alla Vergine Maria e a S. Giorgio. Delle due, la prima venne probabilmente edificata fuori dal borgo fortificato, la seconda sembra che dovesse trovare posto all’interno della Terra Vecchia. Ai giorni nostri di una chiesa di S. Giorgio nulla è dato sapere. Attualmente due sono gli edifici sacri presenti all’interno della “Terra Vecchia”. Il primo trova posto 80 metri più in basso rispetto alla mole del castello. Questa chiesa, consacrata al S. Crocifisso, certamente ha subito numerosi restauri nel corso dei secoli. Sebbene abbia una forma usuale, aula rettangolare, piccola area presbiterale mono absidata, l’abside si trova edificata secondo una soluzione architettonica singolare. Essa infatti si protende verso lo strapiombo del versante orientale, poggiando le fondamenta su una quota molto più bassa rispetto al piano di calpestio della chiesa. La copertura si presenta a doppio spiovente. Lungo il lato settentrionale trova posto un alto campanile a sezione quadrata, avente singolare copertura conica; il lato meridionale è arricchito da un portale ogivale in pietra bianca decorato con semicolonne impreziosite da capitelli con decorazioni ad “alga”. Accompagnano il portale anche resti di arcate forse facenti capo ad un edificio più antico o ad non ben specificati ambienti laterali. Il prospetto principale si presenta semplice e lineare, caratterizzato dalla presenza di un secondo portale ad ogiva, che riprende le decorazioni del portale laterale, e, in alto, da una finestra circolare cieca, sopra la quale si distende una lunga ed indecifrabile iscrizione, dalla quale è possibile estrapolare solo una data, forse relativa ad una ricostruzione della chiesa. Dal prospetto principale della chiesa del S. Crocifisso proseguendo in direzione ovest, si incontrano i ruderi di un edificio a pianta rettangolare molto allungata e resti di un abside rivolto ad oriente. Secondo alcuni studiosi 44)G. Tomarchio 1982, pag. 330 si tratterebbe dei ruderi della chiesa di S. Giorgio, forse distrutta dal terremoto del 1693. Infine, seguendo la strada maestra che dalla chiesa del Crocifisso prosegue in direzione sud, per poi piegare, dopo circa duecento metri, in maniera vistosa verso ovest, si incontra la piccola chiesa del Carmelo 45)G. Tomarchio 1982, pag. 330. Il corpo di fabbrica ha una pianta rettangolare, orientata est/ovest. Si distinguono, inoltre, il prospetto a capanna e la piccola abside. E’ probabile che l’attuale edificio sacro abbia preso il posto di una chiesa molto più antica. Purtroppo recenti restauri hanno del tutto celato l’ordito della muratura e una spessa coltre di intonaco nasconde l’esistenza di possibili decorazioni. Si è già accennato alla viabilità presente presso la Terra Vecchia sia in relazione al circuito murario, sia in relazione agli edifici di culto. In linea di massima si può distinguere una sola via di accesso all’abitato. Questa strada, a sud ovest della porta urbica presumibilmente identificata con “Porta Grande”, si biforca, proseguendo in due diverse direzioni: la prima piega subito verso oriente e attraversa tutta la porzione meridionale dell’abitato, oltrepassa la chiesa del Carmelo, svolta in direzione nord per fermarsi, dopo circa duecento metri, innanzi al prospetto principale della chiesa del Crocifisso; un secondo percorso, dall’originario bivio, prosegue verso nord con andamento non rettilineo, per poi piegare verso est, incontrando una seconda porta urbica, oltrepassata la quale la strada si conclude innanzi alla chiesa del S. Crocifisso. La convergenza delle due strade all’interno dell’abitato è, probabilmente, la prova più tangibile che dimostra l’importanza di questo edificio sacro, un tempo l’unica parrocchiale del paese. Congiungendosi nei pressi dello spiazzo antistante il prospetto principale del S. Crocifisso, i due percorsi diventano un solo sentiero che, procedendo verso nord, conduce all’ingresso principale del castello. Lo spazio interposto tra la chiesa e la fortezza è ancora ai giorni nostri costellato da ruderi afferenti ad edifici non ben identificati. Non risulta, infine, possibile distinguere altri sentieri o strade. I vicoli che un tempo dovevano segnare i piccoli quartieri della Terra Vecchia sono svaniti. Oggi la vegetazione spontanea ha preso definitivamente il controllo della collina.

Cronologia – XII secolo d.C. / 1693 d.C.

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References   [ + ]

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2. 1. Subito dopo la caduta di Rometta (965 d.C.) e la totale conquista dell’isola da parte musulmana, il califfo ‘Al Mucizz diede ordine all’emiro di Sicilia ‘Ahmad di edificare in ciascun ‘iqlim (provincia o distretto) una città fortificata, al fine di scongiurare ogni tentativo di riconquista bizantina. Calatabiano poteva a tutti gli effetti rientrare nel novero delle edificazioni o riedificazioni volute da questo editto.
3. M. Amari 1880-1881, pag. 371, vol. I
4. 2. La zona etnea fu a più riprese oggetto di rappresaglie e razzie da parte dei musulmani, la violenza dei quali aumentò notevolmente dopo la caduta di Siracusa nell’878 d.C. ‘Ibn ‘al ‘Atir ricorda, fra le prime incursioni, quella avvenuta nell’anno 835/836 d.C., durante la quale furono fatti talmente tanti prigionieri, da far abbattere il prezzo degli schiavi al mercato. Il passo, che ricorda questa prima fortunata razzia, pone attenzione sulla presenza di fortezze nei dintorni dell’Etna.
5. E.
Tomasello 1988-1989, pag. 57
6. M. Amari 1880-1881, pp. 69 e 106
7. 3. Edrisi ricorda Mascali, si dilunga a descrivere Taormina, ma tace su Calatabiano (forse abbandonata?).
8. U. Falcando a cura
di G.B. Siragusa 1897, pp. 85-86 e115-118
9. 4. La fonte ricorda Roberto Calataboiacensis alla stregua di “ultime crudelitatis homo” e come tale condannato alla reclusione per ordine di Etienne du Perché.
10. V. Amico 1855-1856, pag. 188
11. 5. V. Amico ritiene che i De Parisio giungessero in Sicilia già nel 1135. In quella data due membri della famiglia, Pagano e Gualtieri, avrebbero ottenuto da Ruggero II il feudo di Calatabiano.
12. C.A. Garufi 1913, pag. 346
13. U. Falcando a cura di G.B. Siragusa 1897, pag. 86
14. C.A. Garufi 1913, pag. 351
15. C.A. Garufi 1913, pag. 358-360
16. 6. La terra era detta Catuna o sita in contrada Catuna.
17. H. Niese 1915, pag. 85
18. C.A. Garufi 1913, pag. 364
19. J.L.A.Huillard-Breholles 1852/1861, vol. I, 1, pp. 76-77, documento del giugno 1201
20. H. Niese 1915, pag. 86
21. H. Niese 1915, pag. 87
22. H. Niese 1915, pp. 88-91
23. J.L.A.Huillard-Breholles 1852/1861, vol. I, 1, pp. 253-255, documento del marzo 1213
24. R. Starrabba 1888, pp. 99-100
25. M. Amari, La guerra del Vespro Siciliano, pag. 100
26. R. Filangieri 1968, vol. I, pag. 189
27. R. Filangieri 1968, pag.159, XXIV, (1280-81
28. G.L. Barberi 1993, pag. 410
29. I. Peri 1982, pag. 134
30. Michele da Piazza 1980, pag. 98
31. Michele da Piazza 1980, pag. 175
32. F. Maurici 1992, pp. 139-140
33. Michele da Piazza 1980, pag. 175
34. G.L. Barberi 1993, pag. 410
35. G. Tomarchio 1982, pp.324-326
36. Amoroso, Raccuglia 1902, pag. 11
37. F. Aprile 1725, pag. 377
38. A. Burgos 1693, pag. 3
39. D. Guglielmini 1695, pag. 141
40. P. Boccone 1695, pag. 27
41. G. Tomarchio 1982, pp. 311-342
42. 7. Archivio di Stato di Palermo (ASPA), Riveli, pp. 896 e seg. I documenti relativi al censimento degli abitanti di Calatabiano, disponibili dal 1593 in poi, rappresentano una fonte importante per lo studio dell’abitato a partire dal XVI sec. Fra i toponimi risultano citati tre ingressi al paese, Porta Grande, Porta delle Rose e Portello. E’ possibile che l’ingresso posto alla quota più bassa, attraverso il quale transitava la via maestra, fosse proprio la “Porta Grande”.
43. P. Sella 1944, pag. 59
44. G. Tomarchio 1982, pag. 330
45. G. Tomarchio 1982, pag. 330
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  • Castello di Calatabiano pre restuari (foto Giuseppe Tropea)
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