Castello di Castiglione e Torre Solecchia

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Incastellamento normanno nella Sicilia medievale: castello di Castiglione e Torre Solecchia

Federico II e i luoghi del potere: castello di Castiglione e Torre Solecchia

Sessioni fotografiche – 07/08/2011 (Kodak DCS PRO/N + Nikkor 14mm F2.8 AFD)

Localizzazione topografica – La torre Solecchia occupa la parte sommitale della rupe marnosa che ospita il più ampio complesso castrale del Castello di Castiglione.

Castello Grande e Castelluccio di Castiglione di Sicilia

Castello Grande e Castelluccio di Castiglione di Sicilia

Descrizione storica – i pochi documenti non consentono una minuziosa ricostruzione storica legata alla genesi della “Torre Solecchia”. Un documento del 1087 ricorda l’abitato, con il toponimo di “Castellio”, facente parte della diocesi di Troina 1)R. Starrabba 1888, pag. 2. Pochi anni dopo l’atto di rifondazione del monastero del S. Salvatore della Placa, databile al 1092 d. C., ma giunto ai giorni nostri in copia, cita testualmente l’abitato di “Castrileonis” 2)C. A. Garufi 1899, pp. 7-9 . Al 1105 risale un’iscrizione presente presso l’attuale abside del duomo di Castiglione 3)Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 160 , un tempo forse torre di guardia, documento ormai scomparso a causa dell’erosione della pietra. Punto fermo per la storia della Sicilia normanna, Edrisi, nel 1150 d.C., puntualmente ricorda Castiglione come sito “fortissimo, prospero e popoloso” 4)M. Amari 1880/1881, pag. 116 ; appena un anno dopo l’abitato, citato sempre con il toponimo “Castellio”, ricade all’interno della diocesi di Messina e tale vi rimarrà almeno fino al 1236 d.C. 5)R. Starrabba 1888, pp. 16, 26, 50, 64, 85 oltre la quale data L’abitato di Castiglione riaffiora nella documentazione medievale solo sotto la dominazione angioina. Le fonti non aiutano a comprendere se il castrum di Castiglione fosse, tanto in epoca normanna, quanto in epoca sveva, demaniale o feudale. Considerando il carattere fortemente autoritario e accentratore dei sovrani normanni e svevi è lecito propendere per la prima ipotesi. Purtroppo i documenti che elencano ufficialmente i castelli demaniali hanno inizio solo durante il regno di Federico II, mentre per l’età normanna si può ottenere un elenco approssimativo solo traguardando le fonti cronachistiche con quelle documentarie 6)H. Bresc, F. Maurici 2009, pag. 274 . Sia nell’uno che nell’altro caso Castiglione sfugge alla storia ed è assente nel primo elenco giunto ai giorni nostri, quello dei “castra exempta”, compilato per volontà di Federico II nel 1239 7)Huillard Breholles 1852-1861, pp. 413-414 . Si sottolinei che l’elenco aveva il compito di raggruppare tutti i castelli di primaria importanza militare per il regno e vi erano illustri assenti come il Castello Ursino, al tempo ancora non ultimato. Nulla cambia anche nel successivo elenco, quello legato al primo statutum castrorum angioino, datato 1274 8)H. Bresc, F. Maurici 2009, pag. 285-286 . Anche in questo caso il castello o, meglio, il complesso fortificato di Castiglione è assente e, tuttavia, l’elenco è da considerarsi incompleto, vista l’assenza di altri importanti castelli, come, ancora una volta, Castello Ursino inspiegabilmente non incluso, sebbene all’epoca ultimato. Finalmente le novità si osservano con lo statutum del 1281, qui, Castiglione è citato come castello demaniale. A definire ulteriormente le sorti del castello sotto la dominazione angioina è la notizia secondo la quale poco prima del 1272, o comunque prima della redazione dello statutum castrorum del 1274, il paese di Castiglione sia stato donato alla famiglia de Alveria 9)Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 160 , donazione che spiegherebbe l’assenza del castrum dal primo elenco angioino e la sua integrazione nel secondo elenco del 1281. Questo repentino mutamento di stato nei primissimi anni di dominazione angioina indurrebbe a pensare che Carlo I avesse ereditato dal regno di Manfredi una Castiglione demaniale. Si tratta di un’ipotesi che troverebbe un fondamento nella totale assenza di documenti che testimonino in età normanna e sveva la trasformazione di Castiglione in feudo. Per di più il paese sorgeva lungo una fondamentale via di comunicazione verso l’entroterra dell’isola e i sovrani siciliani dovevano avere tutto l’interesse perché il controllo viario non cadesse nelle mani di famiglie nobili la cui fedeltà non si poteva garantire nel lungo termine. Infine è doveroso ricordare quanto Federico II si sia battuto affinché il castello di Calatabiano, strategica porta dell’Alcantara, rimanesse nelle mani della corona; è probabile, di conseguenza, che anche i rimanenti castelli edificati lungo il corso del fiume Alcantara, a quell’epoca essenzialmente Castiglione e forse Randazzo, ricoprissero, all’occhio dell’imperatore, un’importanza strategica simile a quella ricoperta dal castrum di Calatabiano. Lo “statutum castrorum” del 1281 è lo spartiacque epocale che preannuncia il grande mutamento politico intrapreso dall’isola l’anno successivo, che è l’anno dei Vespri Siciliani, l’anno in cui la dominazione angioina in Sicilia entra in un’irrimediabile crisi. Nell’inevitabile caos Castiglione viene infeudata a Ruggero di Lauria. Abitato e strutture fortificate non rientreranno all’interno del demanio regio se non per brevi periodi e, in sostanza, passeranno nelle mani di questa o quella famiglia nobile a seconda della situazione politica. I Lauria rimangono in possesso del feudo fino al 1297 10)Cordaro Clarenza 1848, pp. 13-15, anno in cui Giovanni Lauria viene assediato dalle truppe regie e successivamente sconfitto. Castiglione rientra nel demanio regio ma già nel 1303 viene donata al duca di Randazzo, Giovanni 11)Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 160 . Nonostante le notizie siano frammentarie, si apprende delle sorti dell’abitato, reintegrato tra le terre demaniali, in un documento del 1356 12)G. Cosentino 1886, pp. 64-65 . Nel 1373 13)G.L. Barberi 1993, pp. 304 alla guida del paese si installa la famiglia Gioieni che si legherà al feudo per lungo tempo, almeno fino al 1507. Circa un secolo dopo, nel 1602, Castiglione è elevata a principato. Abitato e strutture fortificate subiscono gravissimi danni durante i terremoti del 1693 e 1908 14)Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 160 .

Descrizione architettonica e topografica – Castiglione sorge su un affioramento di roccia marnosa che ha condizionato ampiamente lo sviluppo del paese nei secoli. Nella parte più alta dell’abitato due speroni rocciosi spiccano su tutto. Sullo sperone orientale, un dado marnoso lavorato dall’uomo, si impostano i resti del Castelluccio, mentre sullo sperone occidentale, una grande piattaforma su due livelli, sorge il Castello Grande, simbolo del paese. Dei due livelli, quello inferiore ospita la zona residenziale, le stalle, le carceri, un cisternone fascista ancora in uso e una piccola chiesa, forse di origine altomedievale, orientata est-ovest e dedicata a S. Filippo. Al livello superiore, meno esteso, si accede per mezzo di una scala ricavata lungo il versante occidentale della rupe. Di suddetta scala, oggi, sopravvivono pochi avanzi e in alcuni punti i singoli gradini sono pressoché scomparsi. La sommità è costituita da un piccolo pianoro in pendenza ed ospita, sul limite meridionale, i ruderi di un edificio ormai informe e severamente danneggiato da crolli e smottamenti. La costruzione restituisce subito l’immagine di una torre a pianta quadrangolare 15)E. Magnano di San Lio 1985, pag. 14. La tradizione ritiene che questo edificio sia il nucleo normanno del castello. Nonostante si tratti di pochi resti, i ruderi della torre restituiscono caratteristiche edilizie del tutto peculiari. All’esterno la tecnica edilizia si caratterizza per la presenza di muratura apparentemente caotica, composta da pietrame lievemente sbozzato, annegato in abbondante malta. I due cantonali superstiti, dei quali solo quello di nord-est chiaramente visibile, sono pesantemente rinforzati, spessi e composti da blocchi squadrati di pietra locale saldamente uniti fra loro. Si accede al moncone attraverso un ingresso posto a nord-est. Qui la tecnica edilizia muta radicalmente. L’apertura, infatti, si caratterizza per l’ampio impiego di pietra lavica sia negli stipiti, sia nell’arco a sesto ribassato. Attraversato lo spessore murario, rivestito da grossi blocchi di pietra lavica ben squadrati, si giunge all’interno dell’unico vano superstite. L’ambiente è in parte ostruito dalla vegetazione e di esso è possibile ottenere solo una lettura approssimativa. L’originario piano di calpestio è scomparso per via dei crolli, dei detriti e dei guasti del tempo. La copertura del vano è ad ogiva 16)E. Magnano di San Lio 1985, pag. 14, ma la volta non è costituita dalla medesima tecnica edilizia osservata per il rivestimento esterno della torre, al contrario si compone di grossi blocchi di pietra locale perfettamente squadrati e perfettamente disposti in assise, ancor oggi ben visibili. I blocchi hanno dimensioni leggermente differenti gli uni dagli altri. Anche all’interno del vano si nota la presenza del medesimo arco a sesto ribassato. Esso è perfettamente ammorsato con il resto della muratura ed è costituito dalla stessa pietra locale della volta di copertura. Interessanti sono anche i resti murari delle pareti di oriente e occidente. Qui la muratura  risulta ancora una volta composta da pietrame appena sbozzato legato insieme da abbondante malta. I ruderi dell’edificio consentono alcune importanti riflessioni. Nonostante la tradizione continui a vedere nel moncone dell’edificio resti di una torre normanna, i pochi elementi architettonici caratteristici dell’impianto richiamano epoche differenti. Prima caratteristica saliente è la tecnica edilizia della volta che ricorda, a grandi linee, soluzioni ascrivibili ad epoca sveva, come si può osservare nel famoso vano sotterraneo del Castrum Vetus di Lentini 17)Castelli medievali di Sicilia, pag. 401 , di pianta rettangolare e sostenuto da una volta ad ogiva formata da blocchi di pietra locale perfettamente sbozzati e disposti in assise regolari. Al rudere della torre di Castiglione mancano lesene e costoloni, presenti nel vano sotterraneo di Lentini, ma è doveroso sottolineare le ridotte dimensioni della Solecchia e comunque lo stato di devastazione generale che potrebbe aver obliterato lesene e capitelli. Altro elemento che potrebbe spostare la datazione della torre di Castiglione ad un’epoca successiva a quella normanna è l’ingresso con arco a sesto ribassato. Esso è certamente solidale col resto della struttura, in special modo l’arco interno che è correttamente inserito nelle assise della volta e non può essere considerato come risultato di una successiva ristrutturazione dell’edificio. L’utilizzo dell’arco ribassato è soluzione comune che si riscontra in castelli siciliani databili a partire dal periodo svevo. Alcuni accessi intercomunicanti tra un vano e l’altro presso i castelli di Augusta 18)Castelli medievali di Sicilia, pag. 386 e Catania risultano sormontati da archi a sesto leggermente o del tutto ribassato, soluzione che parrebbe presente anche presso il castello Maniace di Siracusa. Purtroppo per i tre castelli svevi della costa ionica mancano rilievi approfonditi ed una capillare documentazione fotografica, per cui non è possibile definire se l’utilizzo dell’arco a sesto ribassato sia frutto di successivi riadattamenti o di scelte mirate già a partire dalla progettazione. Nel caso del castello Ursino di Catania archi a sesto leggermente ribassato si notano al piano superiore settentrionale 19)G. Agnello 1935, pp. 458-459, oggetto di rimaneggiamenti nel corso dei secoli e della cui genesi sveva ancora si discute. Non sembra che l’arco a sesto ribassato sia utilizzato nella torre di Enna (è importante ricordare che Agnello per la copertura dell’ultimo piano della torre riteneva possibile l’utilizzo di una volta “depressa”, ribassata rispetto alle luminose ogive del pian terreno e primo piano) 20)G. Agnello 1935, pp. 376-378,  la cui attribuzione a Federico II è incerta, ma è presente nel più importante monumento svevo fuori dall’isola, Castel del Monte. L’edificio gode di studi di gran lunga più approfonditi rispetto ai castelli siciliani, fra cui l’importante lavoro di W. Schirmer pubblicato nel 2000 che ha non solo fornito rilievi dettagliatissimi del castello pugliese, ma ha anche illustrato con importanti fotografie tutti gli ambienti della fortezza con le relative porte intercomunicanti. Al primo piano del castello si osserva la presenza di una porta in pietra locale utilizzata per porre in comunicazione la sala 2 con la sala 3 e sormontata da un arco a sesto ribassato 21)W. Schirmer 2000, tavola 33 . La porta svolge un’importante funzione decorativa ed è molto probabile che non faccia parte di successivi rifacimenti e riadattamenti perché appare solidale con il resto della muratura e costruita con la medesima pietra locale dalla quale sono stati ricavati i magnifici capitelli svevi che abbelliscono l’edificio. I citati confronti non vogliono escludere categoricamente l’utilizzo dell’arco a sesto ribassato nell’architettura normanna, sebbene in Sicilia appaia decisamente assente negli esempi di edifici con assoluta certezza datati ai secoli XI e XII e solo in parte o per nulla manomessi o modificati nei secoli successivi. Inoltre è ineluttabile che l’adozione su più larga scala di tale accorgimento nell’architettura militare sia da ascriversi ai secoli successivi al regno normanno. Ulteriore elemento utile per collocare il rudere della Solecchia ad epoca sveva è la presenza di marchi di lapicidi lungo le assise della volta e nei conci di pietra lavica dell’ingresso 22)E. Magnano di San Lio 1985, pag.14. I marchi sono numerosi, piccoli tuttavia sfuggono alla vista. Quelli più facilmente individuabili sono i marchi a “croce greca” studiati in passato da Giuseppe Agnello e presenti nei grandi complessi del Castello Ursino 23)G. Agnello 1935, pag. 447 e del Castello di Maniace a Siracusa 24)1. Magnano di San Lio osservava marchi di lapicidi a “croce greca” anche nei conci in pietra lavica utilizzati per l’abisde/torre della limitrofa chiesa madre dedicata a S. Pietro. Questi simboli fanno la loro comparsa negli anni dei grandi cantieri svevi e indicano l’esistenza di maestranze altamente specializzate presenti sul territorio siciliano, particolarmente lungo la Sicilia orientale. Ogni edificio svevo, costruito in Sicilia tra il 1220 e il 1240, reca i segni inconfondibili delle maestranze atte a sbozzare, squadrare e porre in opera conci e assise. Dunque, dati e riflessioni precedentemente esposti aiuterebbero a collocare i ruderi della torre “Solecchia” in un arco cronologico che andrebbe dalla prima metà alla fine del XIII sec. d.C., periodo che coinciderebbe in sostanza con Castiglione terra demaniale durante il dominio svevo/aragonese. E’ probabile che il palazzo baronale, edificato sulla piattaforma di roccia sottostante a quello della Solecchia, sia da datare alla fine del XIV 25)F. Maurici 1992, pag. 281 , inizi XV secolo, per due ordini di motivi. Il primo legato alla presenza di caratteristiche architettoniche differenti rispetto alla torre Solecchia, come la muratura decisamente meno spessa e l’organizzazione degli spazi tipicamente residenziale e non militare; il secondo motivo si deve ricercare nelle ragioni per cui si decise di occupare la porzione di roccia sottostante l’antica torre. Probabilmente fu una decisione dettata dalle mutate esigenze politiche. Non era più necessario difendere la valle del fiume Alcantara con le relative strade che conducevano nell’entroterra, compito svolto egregiamente dalla Solecchia; vi era, invece, la necessità di manifestare la presenza del potere feudale sull’abitato sottostante attraverso un imponente, almeno all’esterno, edificio che incutesse timore e rispetto da parte della popolazione locale. E’, comunque, probabile che a Castiglione esistesse una fortificazione normanna, la cui forma e localizzazione, però, è ancora da definire e ricercare.

Bibliografia –

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References   [ + ]

1. R. Starrabba 1888, pag. 2
2. C. A. Garufi 1899, pp. 7-9
3. Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 160
4. M. Amari 1880/1881, pag. 116
5. R. Starrabba 1888, pp. 16, 26, 50, 64, 85
6. H. Bresc, F. Maurici 2009, pag. 274
7. Huillard Breholles 1852-1861, pp. 413-414
8. H. Bresc, F. Maurici 2009, pag. 285-286
9. Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 160
10. Cordaro Clarenza 1848, pp. 13-15
11. Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 160
12. G. Cosentino 1886, pp. 64-65
13. G.L. Barberi 1993, pp. 304
14. Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 160
15. E. Magnano di San Lio 1985, pag. 14
16. E. Magnano di San Lio 1985, pag. 14
17. Castelli medievali di Sicilia, pag. 401
18. Castelli medievali di Sicilia, pag. 386
19. G. Agnello 1935, pp. 458-459
20. G. Agnello 1935, pp. 376-378
21. W. Schirmer 2000, tavola 33
22. E. Magnano di San Lio 1985, pag.14
23. G. Agnello 1935, pag. 447
24. 1. Magnano di San Lio osservava marchi di lapicidi a “croce greca” anche nei conci in pietra lavica utilizzati per l’abisde/torre della limitrofa chiesa madre dedicata a S. Pietro
25. F. Maurici 1992, pag. 281
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