Castello di Paterno’

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Incastellamento normanno nella Sicilia medievale: il castello di Paterno’

Federico II e i luoghi del potere: il castello di Paterno’

Sessioni fotografiche –  20 agosto 2010 (Kodak DCS Pro/N + Nikon Nikkor 17-35mm f/2.8 AF-S)

Rapporti ambientali – versante meridionale etneo, collina a circa 600 m. s.l.m.; il castello sorge sul colle che sovrasta l’attuale centro abitato (F° 269 I S.E.).

Castello di Paterno’ (foto 2010 – Giuseppe Tropea)
Descrizione storica- Le origini del castello di Paternò (sito sull’omonima collina storica) sono strettamente connesse alla testimonianza di Goffredo Malaterra 1)G. Malaterra, a cura di E. Pontieri 1928, II,I, pag. 57 . Il cronista è, infatti, il primo a riferire di un “castrum” edificato a Paternò nel 1072 per volere del conte Ruggiero. Purtroppo la fonte storica non accenna a nessun altro particolare che possa chiarire, con maggiore esattezza, la forma e il luogo ove il maniero venne effettivamente edificato. Sempre ad epoca normanna risalgono alcuni documenti che per sommi capi raccontano il destino del castello e dell’abitato fino alla metà del XII sec. Agli inizi del 1100 il feudo di Paternò è donato ai parenti prossimi della terza moglie di Ruggero I, vale a dire la famiglia degli Aleramici, a capo della quale risiede Enrico del Vasto, fratello di Adelasia, futura principessa di Gerusalemme 2)C.A. Garufi 1910, pp. 47-83. Relativamente all’insediamento della potente famiglia, che del castello fece principale luogo di residenza, risulta un interessante documento del 1130, che ricorda il conte Enrico in qualità di signore della fortezza, circondato da una corte composta da fedelissimi, strettamente legati all’aristocrazia normanna 3)C.A. Garufi 1910, pag. 67. Idrisi, nel 1150, censisce l’abitato in qualità di hisn 4)M. Amari 1880-1881, pag. 109 (fortezza) e pochi anni dopo un altro documento definisce “oppidum” Paternò 5)C.A. Garufi 1899, pag. 71 , sebbene sia impossibile comprendere se il termine faccia riferimento all’intero abitato o al solo edificio fortificato. La conoscenza del territorio di Paternò durante l’epoca sveva rimane legato ad una serie di documenti che chiariscono in linea di massima l’evoluzione del feudo partendo dalla fine del regno normanno. Nel 1199 è sovrano della Contea Bartolomeo de Lucy, marito di Desiderata, figlia di Manfredi Aleramico 6)R. Pirri 1733, pag. 934. Un documento del 1209 rende nota la presenza dei Templari in questo angolo della regione etnea. Il privilegio, emesso secondo volontà dell’imperatore e per mano del vescovo Gualterio, concede alla magione templare di Messina un mulino nei pressi della città di Paternò, presumibilmente lungo il fiume Simeto che scorre non lontano dall’abitato 7)E. Winkelmann 1880, vol. I, pag. 89, num. 102, 36″. Sulla presenza dei templari all’interno del feudo di Paternò si pronuncia un secondo documento del 1216. In esso si vuole compensare, con due onze annue dalla gabella della marineria, la gente della terra di Paternò evidentemente sfavorita dalla presenza, forse ingombrante, dei monaci combattenti 8)E. Winkelmann 1880, vol. I, 375, n. 442″.  E’ importante un terzo documento, datato al 1221, attraverso il quale si apprende del soggiorno di Federico II proprio a Paternò. L’imperatore certamente stabilisce la residenza all’interno del castello e dalla fortezza indirizza una lettera allo stratigoto di Messina con il preciso scopo di dirimere una questione giuridica sorta tra due nobildonne in relazione a diritti di proprietà 9)E. Winkelmann 1880, vol. I, 211, n. 229, 35″. Già G. Agnello legò la sosta a Paternò con il più importante soggiorno catanese, durante il quale l’imperatore ebbe a combattere le rivolte musulmane della Sicilia occidentale 10)G. Agnello 1961, pag. 88. Sempre nel 1221, Federico II conferma tutti i privilegi goduti in epoca normanna al monastero di S. Maria in Valle di Josaphat, sito ai piedi dell’acropoli di Paternò, non lontano dal castello 11)Huillard-Bréholles 1852-61, pag. 195, vol. II, parte I. Poco più tardi, in ogni caso prima della partenza per la crociata, si confermano ulteriormente i privilegi goduti dai templari presso Butera, Aidone, Lentini, Siracusa e Paternò 12)Huillard-Bréholles 1852-61, fol. 239, vol. III. Non si posseggono altri elementi utili a dimostrare una presenza dell’Imperatore presso Paternò oltre il 1221. E’ possibile che egli abbia fatto visita al feudo nei periodi in cui soggiornò a Catania, comunque non oltre il 1232, anno in cui per l’ultima volta il sovrano risiedette presso il capoluogo etneo al fine di sopprimere e punire le città siciliane ribelli della costa nord-orientale.  Sui destini di Paternò dopo la morte di Federico II si è poco informati. L’abitato è ancora “terra e Castrum” nel 1252  e poco dopo pare che il feudo sia stato donato da Manfredi a Galvano Lancia morto a Benevento nel 1266 13)F. San Martino de Spucches 1924-1941, pag. 437, vol. V. Durante il breve dominio angioino Paternò rimane terra feudale. Dopo il 1266 il feudo giunge nelle mani di Manfredi Maletta 14)F. San Martino de Spucches 1924-1941, pag. 437, vol. V, che lo detiene fino al 1299, anno in cui castello e terra vengono confiscati e concessi da Federico III a Ugone de Ampuries 15)F. San Martino de Spucches 1924-1941, pag. 437, vol. V, la cui famiglia, presumibilmente, vi soggiornerà per circa un sessantennio. Solo nel 1363 Artale Alagona prende possesso del feudo 16)F. San Martino de Spucches 1924-1941, pag. 437, vol. V e già a partire da questo periodo, il primo documento conosciuto è del 1396, si comincia a definire il castello di Paternò come “turris” 17)ASPA, Real Cancelleria, reg. 28, c. 106v. Tra la fine del XIV sec. e gli inizi del XV terra e castello vivono un breve parentesi legata allo status di terra demaniale 18)Capitula Regni Siciliae 1741, tomo I, pag. 134 , fino al 1430, anno in cui la corona vende il territorio a Nicolò Speciale 19)G. Agnello 1961, pag. 92, la cui famiglia nel 1456 cederà ancora una volta il feudo a Guglielmo Raimondo Moncada, all’epoca conte di Adrano. La famiglia Moncada deterrà Paternò fino all’abolizione del feudalesimo 20)G. Agnello 1961, pag. 92.

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Descrizione architettonica e topografica- Il castello di Paterno’, edificato sulla sommità dell’omonima collina storica, è, senza ombra di dubbio, uno dei castelli più importanti della provincia di Catania. Il significato storico racchiuso all’interno delle possenti mura del mastio è grande, giacché l’orrenda mole del castello risponde a precise scelte topografiche e architettoniche. Il castello di Paterno’ (o dongione di Paternò) sorge su di un affioramento di roccia lavica opportunamente spianata e riadattata alle esigenze edilizie. La pietra etnea venne inglobata all’interno della muratura ed è, ancora oggi, nettamente visibile all’interno dei vani del pianterreno, lungo i muri divisori di sud-ovest e sud-est. Prodotto il piano di posa, venne successivamente ricavato uno spazio rettangolare di 24,30 metri per 18 con spessore murario costante di metri 2,60 21)G. Agnello 1961, pag. 96. La torre, comunque, non è un parallelepipedo regolare perché nell’angolo di nord-est esiste un prolungamento che aggetta di m. 1,52, formando una sorta di torre angolare, della cui utilità ancora oggi poco è dato comprendere. Presso il prospetto settentrionale vi è l’ingresso, al quale è possibile accedere per mezzo di una rampa di scale, disposta parallelamente al muro della torre. L’ingresso è caratterizzato da una porta ad arco acuto leggermente strombata. Non si tratta, comunque, dell’unico accesso alla struttura. Al livello del piano di calpestio, lungo il lato orientale, esiste un’altra porta archiacuta che conduce ad un ambiente quadrato di 0,93 metri per lato dal quale si accede ad un condotto che si dirige verso il piano superiore. E’ possibile che il tutto facesse parte di una postierla utile in caso di fuga d’emergenza. Racconti popolari affermano dell’esistenza di un tunnel, in corrispondenza del condotto, che doveva condurre alla base del colle, sebbene, ad oggi, nulla sia stato scoperto 22)G. Agnello 1961, pag. 98.  Il dongione consta di due elevazioni, oltre il pian terreno. Varcata la soglia di ingresso si può osservare il frazionamento del pianterreno per mezzo di due muri divisori spessi metri 1,50, utili a formare quattro diversi ambienti. I due vani di settentrione, a pianta rettangolare, sono più ampi rispetto a quelli meridionali, a pianta quadrata. In realtà l’ambiente di nord-est è frazionato in due parti, per la presenza, a nord, di una cappella, che Agnello ritenne probabilmente successiva rispetto all’impianto originale. Il pianterreno venne, inoltre, ulteriormente suddiviso per mezzo di soffitti lignei utili ad aumentare lo spazio abitabile, che si ricavava verso l’alto grazie all’altezza delle volte. Dalla soglia si ingresso si accede direttamente ad un ambiente rettangolare di metri 11,50×5,80 coperto, oltre il soffitto ligneo, da volta ad ogiva, formata, così come nel resto dell’edificio, da filari di mattoni alternati con filari di pietra pomice, solo la dorsale della volta risulta formata da conci calcarei. Al centro della sala insiste una recinzione di blocchi calcarei a segnalare, presumibilmente, l’imbocco di un serbatoio ormai ricolmo. La parete orientale della sala presenta due aperture, la prima della quale, con volta ad ogiva e chiave di volta scolpita e recante in altorilievo l’immagine di un agnello con croce, immette in un piccolo ambiente rettangolare, metri 6 x 3,90, con abside rivolta ad est  ricavata all’interno dello spessore murario della torre. Si tratta della cappella del castello, visitata alla metà del XX secolo da Agnello, il quale sottolineava la presenza di una volta costellata da buchi radiali corrispondenti ad altrettanti vasi rovesciati, utilizzati per l’alleggerimento della copertura, e osservava resti di affreschi all’epoca poco visibili, perché imbiancati quasi del tutto in epoca borbonica e totalmente anneriti dal nerofumo prodotto dai pastori per affumicare latticini.

Alla cappella si addossa un ambiente di 6,80 x 5,90 metri, spoglio, con l’unica eccezione di tracce, nel muro orientale, di una finestra strombata, adesso occlusa. I due ambienti meridionali hanno pianta quadrata di 6 metri per lato, la caratteristica più evidente è la compagine muraria inglobante l’affioramento di roccia, che venne solo a grandi linee riadattato secondo le esigenze architettoniche del tempo. I vani, infine, ricevono entrambi luce da due finestre a doppio strombo. L’accesso ai due piani elevati si ottiene per mezzo di rampe di scale ricavate all’interno dello spessore murario. Una prima rampa di 14 scalini possiede una larghezza pari a 90 cm. ed è coperta da volte a botte 23)G. Agnello 1961, pag. 101. I gradini, illuminati da cinque piccole finestre , conducono ad un pianerottolo a sua volta illuminato da una finestra “ad occhio”, unico esempio all’interno dell’edificio. Il pianerottolo conduce ad un vestibolo con doppia porta ad ogiva che introduce ad una seconda rampa di 22 gradini, che si svolgono all’interno del muro nord, possiedono la comune copertura con volta a botte e sono illuminati da tre finestre più ampie rispetto alle precedenti. Dalla rampa è anche possibile accedere alla torretta angolare, che possiede pianta rettangolare e comprende un piano ammezzato. Alla conclusione dei 22 scalini un altro vestibolo consente l’accesso al primo piano, caratterizzato da un ampio salone che occupa circa la metà del piano, lungo metri 19,25 e largo metri 5,97. L’ambiente è coperto da una volta ad ogiva disposta su di una sola campata, priva di pilastri, semicolonne, nervature o costoloni. Tale soluzione architettonica, come segnalato da Agnello, non trova  altri confronti con i limitrofi castelli etnei e contribuisce ad aumentare lo spazio visivo del salone, oltre a trasmettere un’ampia sensazione di vuoto. La grande volta possiede il medesimo accorgimento architettonico rilevato per la sottostante cappella, vale a dire il peso delle volte è alleggerito mediante l’utilizzo di grandi anfore rovesciate. L’ambiente ottiene luce da quattro grandi bifore riccamente decorate con utilizzo di pietra calcarea e impreziosite da sedili modanati che consentono di ammirare lo splendido panorama. Inframmezzate, tra una bifora e l’altra, si trovano utili edicole che si replicano anche lungo il muro opposto in numero di tre. Un’altra finestra esisteva lungo la parete meridionale, ma è stata successivamente chiusa e lo spazio ricavato utilizzato per l’alloggiamento di un grande camino. In realtà esisteva una seconda finestra, anch’essa murata e disposta lungo la parete della stanza sud occidentale, un semplice vano quadrato di m. 5,80 per lato che si replica in altri due vani disposti immediatamente a settentrione del primo e ad occidente del grande salone.

Si accede al secondo piano attraverso una soglia archiacuta posta nella parte settentrionale del grande salone. Si osservano caratteristiche simili alle precedenti rampe. Anche in questo caso vi è la presenza di un piccolo vestibolo che introduce ad una serie di 41 gradini suddivisi su due rampe ricavate all’interno dello spessore murario. Il secondo e ultimo piano restituisce una divisione dei vani totalmente diversa rispetto ai piani precedenti. Evidentemente l’ultimo piano doveva svolgere funzioni spiccatamente residenziali. Al centro del piano vi è una grande galleria (metri 18,32 x 6,15) delimitata ad oriente ed occidente da due enormi bifore, esempio unico in Sicilia, larghe tanto quanto la larghezza del vano centrale. il senso di opulenza è anche accentuato dal largo uso di pietra calcarea lungo l’intera superficie delle pareti e nelle due bifore, agli angoli delle quali vi sono grandi anelli in pietra, il cui scopo era quello di fornire l’alloggiamento per i cardini di robustissime imposte, ulteriormente rafforzate da una trave trasversale, di cui sopravvivono i buchi per le testate. Differisce il materiale lapideo utilizzato per le colonne delle due bifore, una è in pietra lavica, l’altra, rivolta verso l’Etna, è in pietra marmorea. Sei edicole sono state ricavate lungo le due pareti della galleria, che è fiancheggiata da due vani a pianta quadrata per lato. E’ possibile accedere al vano di sud-est attraverso una porta con arco ogivale. Il vano ha una copertura con volta ad ogiva, composta da blocchetti di pietra lavica, quattro edicole e resti di un camino, di cui rimane la canna fumaria, nell’angolo di sud-povest. Alla contigua stanza si accede attraverso una porta intercomunicante sorretta sempre da arco ad ogiva. Anche questo vano ha pianta quadrata, simile copertura ad ogiva, una profonda finestra lungo il lato occidentale, nell’angolo di sud-ovest un vano probabilmente adibito a latrina e non lontano i resti di un altro camino, di cui sopravvive una delle mensole destinate a sorreggere la cappa. Le stanze settentrionali si presentano simili in tutto a quelle meridionali. Gli unici particolari degni di nota sono la presenza di una canna fumaria, legata ad un camino oggi scomparso, e un altro piccolo vano utilizzato sempre come latrina o ripostiglio. Il vano di nord-est comunica con la torre angolare che segue l’intera elevazione dell’edificio e giunge fino al terrazzo. Finalmente presso l’angolo di nord-est della galleria si conserva l’ingresso e la scala che conduce all’attuale piano terrazzato, del quale non sopravvivono né merlatura né camminamenti di ronda. Si sottolinei la presenza di un avanzo di fabbrica che insiste sul cantonale di sud-est, interpretato da G. Agnello come  ruderi afferenti ad una possibile terza elevazione limitata a quella parte del terrazzo non interessata dalle canne fumarie. E’, invece, probabile che siano i resti di una torre angolare, elemento che caratterizza molti dongioni anglosassoni. Una torre angolare occupa un angolo del terrazzo nel dongione di Peveril (XI sec. d.C.). Quattro torri difendono gli angoli dei piani terrazzati nei dongioni di Richmond e Rochester (XI/XII sec. d.C.). Purtroppo, la totale rovina delle opere accessorie del terrazzo del dongione di Paternò non consente di stabilire, in mancanza di rilievi mirati, la larghezza dei merli, in genere ampi negli esempi anglosassoni, e l’effettivo numero delle torri angolari edificate sulla sommità.

Cronologia – Edificazione del castello intorno alla seconda metà dell’XI secolo d.C.

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24. et XIV
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