Castello Grande e Castelluccio di Castiglione di Sicilia

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Incastellamento normanno nella Sicilia medievale: castello Grande e Castelluccio di Castiglione di Sicilia

Federico II e i luoghi del potere: castello Grande e Castelluccio di Castiglione di Sicilia

Sessioni fotografiche – 07 agosto 2011 (Kodak DCS PRO/N + Nikkor AF 14mm F2.8); 25 luglio 2010 (Kodak DCS PRO/N + Nikkor AFS 17 35 F2.8); 25 luglio 2010 (Fuji S2pro + Nikon 70 210 f4); 21 marzo 2004 (Nikon Coolpix 995);

Castiglione

Rapporti ambientali – Versante meridionale della valle dell’Alcantara , collina a 621 m. s.l.m.

dscf0047Descrizione storica – E’ possibile che l’abitato di Castiglione, tra il X e l’XI sec. d.C., avesse una conformazione rupestre e si identificasse con una chiesa dedicata a S. Barbara. Le prime attestazioni documentarie risalgono solo alla fine dell’XI sec. In un documento del 1082 d.C. si ricorda il sito di “Castillo” appartenente alla diocesi di Troina 1)R. Pirri 1733, pp. 495-496 . In un atto di Ruggero I relativo al monastero del S. Salvatore della Placa, databile al 1092 d.C., compare per la prima volta il toponimo “Castrileonis” 2)C.A. Garufi 1899, pp. 7-9. Dovrebbe risalire alla fine dell’XI o agli inizi/metà del XII sec. la prima pianificazione urbana del sito. In questo periodo presumibilmente vennero edificate una cinta muraria e un ridotto fortificato.

Nel 1150 d.C. Idrisi ricorda Castiglione come un sito “…elevato, fortificato, popoloso e opulento…” 3)M. Amari 1880/81, vol. I, pag. 116. L’anno successivo l’abitato ricade all’interno della diocesi di Messina col nome di “Castellio”, toponimo ripetuto nei relativi diplomi della diocesi fino al 1236 4)R. Starrabba 1888, pp. 26, 50, 64, 85. Alla fine del XIII secolo abitato e fortezza vengono prima, nel 1272, donati in feudo ai De Alveria, dopo, nel 1281, rientrano nel demanio regio per un breve periodo. I Lauria ne ottengono il possesso appena due anni dopo, nel 1283, subendo altresì un assedio da parte delle truppe regie nel 1297 5)Cordaro Clarenza 1848, pp. 13-15. La Corona espugna le fortificazioni di Castiglione solo nel 1301, durante cinque anni di aspre lotte e pesanti ripercussioni sul territorio circostante. Nel 1303 la reggenza del feudo passa all’infante Giovanni, duca di Randazzo, tuttavia Castiglione risulta ancora una volta all’interno del demanio regio nel 1356. Successivamente sarà la famiglia Gioeni 6)G.L. Barberi 1993, pag. 304, dal 1373 al 1502, a controllare il feudo. L’abitato, nel 1602, viene elevato a principato 7)F. San Martino de Spucches 1924-1941, pag. 419.

dscf0032Alcune notizie storiche illuminano, almeno in parte, sull’esistenza del “Castelluccio”, edificato sullo sperone di roccia limitrofo a quello ove sorge il “Castello Grande”. Già a partire dal XIV sec. Il “Castelluccio” è attestato come fortilizio. Secondo Cordaro Clarenza 8)Cordaro Clarenza 1848, pag. 19 il castello piccolo sarebbe da identificare con la torre di San Vincenzo. Federico IV, in una lettera indirizzata all’universitas di Castiglione, accenna all’esistenza di più strutture fortificate all’interno del borgo, parlando genericamente di “Castellanus castrorum dictae terrae” e di “castra ipsa” 9)G. Cosentino 1886 . L’intero insediamento, compresi i due castelli, subisce gravissimi danni durante i terremoti del 1693 e del 1908.

Descrizione architettonica e topografica – Castiglione sorge su una collina, che domina la sponda meridionale del fiume Alcantara. Sulla sommità del rilievo è presente uno sperone di roccia marnosa, difficilmente accessibile e facilmente difendibile. Lo sperone si divide in due parti. La parte ovest si caratterizza a sua volta per la presenza di due livelli, dei quali quello inferiore ospita la residenza fortificata, che gira sui tre lati della piattaforma rocciosa e si adatta alle asperità del luogo. Ai vani residenziali si accede mediante un ampio ingresso posto lungo il prospetto occidentale e alla fine di una lunga scalinata. Varcato l’odierno cancello, un breve corridoio voltato, il cui pavimento è la roccia marnosa della rupe, conduce innanzi alla base del secondo livello dello sperone marnoso occidentale. Si tratta di un vero e proprio dado roccioso, oggi fortemente eroso e ammorbidito dagli agenti atmosferici. Esso è inaccessibile se non per una scala intagliata sulla pietra lungo il lato ovest. Pochi gradini, soprattutto nella parte sommitale, rimangono ancora ben riconoscibili. Gli altri lati del dado roccioso sono costellati da fori di diverse dimensioni. Uno di essi, posto nell’angolo sud-ovest parrebbe essere ciò che rimane di un piccolo vano adibito a luogo di culto dedicato a S. Barbara. Se ne sconosce la reale consistenza. E’ possibile che si trattasse di una chiesa rupestre con tanto di affreschi di cui oggi, a causa di numerosi crolli, rimane solo un umile mozzicone quasi informe. Alla fine della lunga scala si giunge presso un piccolo pianoro in pendenza. Qui si osservano due elementi caratteristici del luogo: l’incredibile panorama che spazia a 360 gradi sul paese di Castiglione e sulla valle dell’Alcantara e un moncone di torre, la “Solecchia”. Sulla genesi della struttura si conosce pochissimo. Essa si data, secondo tradizione locale e in mancanza di indagini approfondite, ad epoca normanna. Probabilmente la torre possedeva una pianta quadrangolare con cantonali rinforzati da blocchi di pietra ben squadrata e saldamente incastrata. dscf0119All’esterno il resto della muratura è composto da pietrame apparentemente informe annegato nella malta. Si accede all’interno della struttura per mezzo di un ingresso posto lungo il prospetto settentrionale nei pressi dell’angolo nord-est. L’apertura è ben caratterizzata perchè sormontata da un arco a sesto ribassato e sia l’arco sia gli stipiti sono in pietra lavica. L’utilizzo della pietra lavica non si limita all’ingresso ma riveste le pareti del piccolo ambulacro, in sostanza lo spessore murario di oltre un metro, che conduce all’interno della torre. Il vano, di pianta quadrangolare 10)E. Magnano di San Lio 1985, pag. 14, è quel che rimane del pian terreno. I resti della copertura sono molto importanti per comprendere almeno in parte la genesi dell’edificio. Il soffitto è a volta ad ogiva 11)E. Magnano di San Lio 1985, pag. 14, realizzato con una tecnica edilizia totalmente differente rispetto al resto della costruzione. Si tratta di blocchi ben squadrati di pietra locale, disposti in assise regolari. I blocchi non hanno tutti la medesima dimensione. All’interno, in corrispondenza dell’accesso, si ripete l’arco a sesto ribassato caratterizzante l’ingresso, ma qui il materiale è la stessa pietra locale della volta. Ad oriente e occidente rimangono mozziconi di muratura utili a ricostruire la pianta quadrangolare dell’edificio. Da quel che rimane si intuisce una tecnica edilizia simile a quanto è possibile osservare per il rivestimento esterno della lato settentrionale, pietrame leggermente sbozzato annegato da abbondante malta. Rimane il dubbio se gli attuali resti delle parti est e ovest siano parte integrante della configurazione originaria o, al contrario, i resti siano da ascrivere a successivi rifacimenti dovuti ai probabili disfacimenti del dado marnoso. Non è possibile osservare altro sul piccolo pianoro. E’ probabile che crolli e parziali interri nascondano quel che rimane di vani di servizio. Procedendo a ritroso e giungendo all’attuale ingresso del castello è possibile ottenere un’idea generale della parte residenziale della fortezza. I versanti occidentale e meridionale sono adibiti a vani abitativi, recentemente restaurati. A settentrione si osservano ancora oggi i ruderi delle presunte stalle e una grossa cisterna costruita in epoca fascista per il fabbisogno idrico del paese (ancora oggi in servizio). I ruderi che si stagliano ad est del dado marnoso pare fossero le carceri del complesso fortificato, in uso fino alla fine dscf0035del XIX secolo e gli inizi del XX. Esse avevano un accesso secondario nell’angolo nord-est del rilievo, oggi inaccessibile perché coperto dalla vegetazione infestante e dal parziale crollo della scala. La parte residenziale suddivisa in pianterreno e primo piano conserva solo parzialmente l’aspetto originario. Il primo piano del versante occidentale è meglio conservato, perché mantiene le belle bifore databili al XIII/XV sec. d.C. e il grande salone con pavimento ligneo. La parte meridionale è l’unica realmente abitabile, perché casa di abitazione fino a qualche decennio fa. Oggi è sede di una importante enoteca regionale alla quale si accede per mezzo di un terzo ingresso ricavato lungo il lato sud del castello. Questo accesso è composto da un’angusta scala in muratura, il cui scopo era quello di separare del tutto la parte abitativa più recente dal resto del castello. Nell’angolo sud-est della prima piattaforma rocciosa, poco oltre la parte residenziale di meridione si osserva la presenza di un edificio sacro, oggi fortemente rimaneggiato. La piccola chiesa conserva comunque i tratti originari. Essa è orientata correttamente est-ovest, con abside rivolta ad oriente. Oggetto di recenti restauri, la muratura rimane ancora sotto una spessa coltre d’intonaco, mentre l’abside ad ogiva lascia presumere che un tempo fosse interamente affrescato sia il catino, sia la conca. Il pavimento ha restituito una sepoltura privilegiata scavata su roccia e di forma antropomorfa. Si presume una datazione bizantina, tra l’VIII e il X sec. d.C., grazie ai confronti tipologici possibili con altri esempi siciliani e mediterranei, il più vicino dei quali si trova presso il vicino monastero del S. Salvatore della Placa, ove è possibile osservare, limitrofa ai resti della chiesetta bizantina, un’altra tomba antropomorfa. Alla piccola cappella si addossa nel lato nord, proprio ai piedi del dado marnoso, un ulteriore vano ad uso di ripostiglio. Sempre ad oriente, poco oltre la chiesetta, insiste un ampio piazzale sul quale si osservano labili tracce di creste murarie afferenti, un tempo, a vani abitativi oggi scomparsi. E’ importante ricordare come l’intero complesso fortificato abbia subito ingenti danni durante i terremoti del 1693 e 1908. La parte orientale della grande piattaforma rocciosa ospita un secondo “dado” marnoso, accessibile solo artificialmente attraverso una scalinata un tempo scavata nella roccia, ai giorni nostri, purtroppo, sostituita con una in cemento. Sulla sommità si osserva la presenza del “Castelluccio”, una fortificazione a pianta irregolare, che si adatta con grande maestria alla natura del luogo, dscf0034sfruttandone perfettamente la sua inaccessibilità. Attualmente l’origine di tale struttura è avvolta nel mistero. I resti murari ancora presenti offrono una tecnica edilizia composta da conci di medie dimensioni (circa 40 per 30 cm.) perfettamente squadrati, ricavati dalla pietra calcarea locale e legati fra loro da una malta di buona qualità. Che l’edificio fosse ben più di una piccola torre lo si può capire non solo dalla presenza, all’interno delle mura, di un invaso per l’acqua, ma anche dai resti ormai labili di fortificazioni esterne, edificate al fine di proteggere l’intero bastione di roccia, a sua volta spianato, almeno in parte, artificialmente 12)Maurici 1992, pp. 280/281 . Secondo alcuni studiosi, il “Castelluccio” per tecnica edilizia risulterebbe paragonabile alla vicina torre “Cannizzo”, costruita ai margini meridionali dell’abitato 13)Castelli medievali di Sicilia 2001, pp. 159/161 e databile con grande approssimazione tra XIII e XV sec. d.C. Non è però da escludere che il “Castelluccio” sia ben più antico e sia legato alle prime fasi abitative di Castiglione, tra X e XI sec. d.C.

Cronologia – XI sec. d.C. (?)

Bibliografia –

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2. C.A. Garufi 1899, pp. 7-9
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8. Cordaro Clarenza 1848, pag. 19
9. G. Cosentino 1886
10. E. Magnano di San Lio 1985, pag. 14
11. E. Magnano di San Lio 1985, pag. 14
12. Maurici 1992, pp. 280/281
13. Castelli medievali di Sicilia 2001, pp. 159/161
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