Cuba di Dagala del Re presso Giarre

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Sessioni fotografiche – 2004/2005 (Nikon Coolpix 995)

Rapporti ambientali – il piccolo paese di Dagala trova posto a circa un chilometro e mezzo a nord-est dal comune di S. Venerina; m. 344 s.l.m. (S. Venerina, F° 262 III S.E.), i ruderi della chiesa di S. Stefano si individuano all’interno di un fitto querceto circondato da coltivazioni e terrazzamenti.

Descrizione storica – Nonostante l’imponenza e l’antichità dei ruderi, del monastero non si conserva l’atto di fondazione, né esistono documenti che ne attestino privilegi e pertinenze. Un primo importante accenno al complesso si legge presso l’Historia Sicula di Nicolò Speciale 1)Nicolai Specialis, Historia Sicula, liber primus, cap. XXIX, in Rerum Italicarum Scriptores, Serie I, Tomo X, pag. 946: “Nam in diebus illis Mons Aetna vehementi motu concussus est, atque ab ea parte, qua respicit Orientem, in terribile oculis mirantium eructavit incendium, quod tamquam alluvio per decliviam montis manans (mirabile dictu) Ecclesiam sub vocabulo Sancti Stephani, quae in Heramo est, per latera hinc inde circumdedit, tamen in aliquo non offendit. quod usque in hodiernum diem miraculosum apparet. Il monastero di S. Stefano giunse all’attenzione dello cronista poichè scampò miracolosamente all’eruzione vulcanica, con conseguente colata, del 1284/1285. Essendo sconosciuta la reale estensione degli edifici di pertinenza al monastero, è possibile che all’evento naturale sopravvivesse la sola chiesa, ragione per cui i monaci abbandonarono i luoghi di origine in favore di un sito più sicuro e accessibile.  All’accenno di Nicolò Speciale fa seguito un buio assordante, che si dirada solo alle soglie del XIX secolo 2)Secondo tradizione atti e documenti dell’eremo vennero prima trasferiti a Messina (si presume presso l’Archimandritato del S. Salvatore) e successivamente a Montecassino, Giovanni Vecchio, La Cella Trichora di Santo Stefano e l’antico eremo di Dagala del Re, in Memorie e Rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici di Acireale, serie V, vol. VII 2008, pag. 299.  Tra la fine del 1700 e la prima metà del 1800 si datano le due testimonianze del canonico Recupero, il quale  menziona sia la colata lavica del 1284 sia l’esistenza dei ruderi della chiesa di S. Stefano 3)G. Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna, Catania 1815, vol. 1, pag. 27. , e del Vigo, che ricorda di come la colata circondò ma non distrusse l’eremo 4)L. Vigo, Notizie storiche della città di Aci-reale, Palermo 1836, pag. 89. . Tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo anche Raciti Romeo conferma l’esistenza delle antiche vestigia dell’eremo di S. Stefano presso Bongiardo 5)V. Raciti Romeo, Acireale e dintorni, Acireale 1897, pp. 210-211 . Proprio agli inizi del ‘900 si riscopre l’eremo e l’importanza dei cospicui resti. Nonostante non vi sia menzione del monastero negli importanti studi dell’Orsi, del Freshfield e di Giuseppe Agnello, nel 1938 Biagio Pace definisce “tricora” i ruderi della chiesa di S. Stefano presso Dagala 6)B. Pace, Arte e civiltà della sicilia antica, vol. IV, Milano 1938. All’interesse e menzione del Pace, fa presto seguito la prima importante ricognizione e relativi rilievi preliminari effettuati dallo S. Bottari nel 1943. Dagli esiti, pubblicati sul periodico “Rivista di Archeologia Cristiana”, si evincono le principali caratteristiche architettoniche del santuario 7)S. Bottari, La chiesa bizantina di Dagala, in “rivista di Archeologia Cristiana, XXI-XXII, Città del Vaticano, 1945, p. 311 e seg.. Bottari definisce rovinoso l’abbandono dell’edificio, crollate volte e cupola della copertura, intatto il perimetro murario. Egli segnala anche un consistente e tardo interramento dovuto ai crolli e la conseguente scomparsa del piano di calpestio. Si segnala l’assenza di suppellettili e decorazioni liturgiche, il poco intonaco ancora presente non reca tracce o frammenti di affreschi. Bottari descrive la tecnica costruttiva formata da pietrame lavico legato con calce bianca e uno spessore murario di poco inferiore ad un metro. Nella descrizione dell’impianto volumetrico e planimetrico lo studioso restituisce alcune misure importanti: sull’asse orizzontale la distanza tra le due absidi minori è di 8.20 m., mentre su quella longitudinale la distanza tra l’abside principale e il prospetto è di circa 10.50 metri. Il vano del nartece misura all’interno 12.85×3.20 metri, il prospetto principale è lungo 14.70 metri. Riguardo alle coperture, Bottari individua la tripartizione con volte a botte del nartece e sostiene la presenza di una cupola centrale e di semicupole laterali per la chiesa trilobata. Infine riconosce la presenza dell’ingresso sul prospetto principale, sopra al quale rimane un archivolto segno di una finestra ormai perduta, di altre due finestrelle poste sui lati corti del nartece stesso e di aperture presenti su ciascuna delle tre absidi. Durante il secondo dopoguerra pare che lo stato del rudere rimanga tale senza sostanziali modifiche o restauri. Un importante contributo alla conoscenza del complesso proviene dalla tesi di laurea della studiosa R. Patanè 8) , allieva del Bottari. Il testo, completato durante il 1952, reca un’ideale ricostruzione della struttura, nonchè alcuni confronti stilistici con edifici religiosi giudicati simili alla thricora di S. Stefano. La studiosa accenna anche alle testimonianze di alcuni contadini del luogo in relazione a sporadici rinvenimenti di sepolcri e alcune monete. Allo studio della Patanè segue, sette anni dopo, l’intervento dell’allora sovrintendente P. Lojacono, che nell’estate del 1959 compie un sopralluogo nell’area del rudere e ne descrive lo stato. Egli evidenzia l’abbandono e soprattutto l’attacco alle strutture da parte della vegetazione spontanea che disgrega i legami deboli della malta. Ne consegue un intervento di consolidamento volto a salvare quanto rimasto9) . Durante i lavori, Lojacono giunge alle medesime conclusioni del Bottari riguardo alla copertura dell’edificio, evidenzia inoltre labili tracce di affreschi lungo le absidi e descrive al presenza di anforette inserite all’interno della muratura, utilizzate con buona probabilità per drenare l’umidità delle pareti. Lo scavo del pavimento porta all’importante scoperta, nella zona centrale del nartece, di un pozzetto o vasca quadrata composto da pietrame lavico e rivestito da intonaco (malta idraulica). Si presume si trattasse di un fonte battesimale per neofiti. Lojacono rileva inoltre la presenza di un muro che chiude il lato sinistro del nartece trasformandolo in una cisterna intonacata con malta idraulica. Egli, attraverso alcuni confronti tipologici con le altre strutture simili presenti in Sicilia e Nord Africa, conclude attribuendo la Cuba di S. Stefano al VI secolo d.C.

Descrizione architettonica e topografica – Dagala, nel pieno significato del toponimo indica un’isola di verde tra una o più colate laviche. Nella fattispecie l’eruzione e il conseguente fiume di lava, che interessano la località e sono ancora visibili ad un occhio esperto, è possibile datarli, attraverso indagini geologiche e fonti storiche, circa alla seconda metà del XIII secolo (1284 d.C.) . A sud della colata, in una piccola depressione, giacciono le antiche vestigia di una delle rare cellae trichorae bizantine, edificata probabilmente in onore di S. Stefano, presenti nella provincia di Catania. Il territorio tutto intorno è stato oggetto di un intenso sfruttamento agricolo fino agli inizi degli anni ’90. Adesso molti dei campi, all’epoca in regime di viticoltura, giacciono abbandonati e privi del minimo interesse riguardo ad un possibile rilancio economico. A settentrione della Cuba di Dagala del Re presso Giarre, una collina, generatasi dalla colata lavica del 1284 ed adesso ospitante un piccolo querceto, si ritiene che obliteri del tutto un antico convento benedettino o basiliano, un tempo strettamente legato alla chiesa bizantina. Per un capriccio della natura o per un miracolo, come vogliono infatti gli abitanti del luogo, l’eruzione in quell’epoca passò solo a fianco della struttura sacra, lambendola appena. Forse un altro miracolo ha permesso che l’edificio restasse quasi integro per circa 1200 anni, favorito anche dalla posizione che lo ha occultato ed ancora l’occulta alla vista dei più. Esso è triabsidato, con aperture ad ogni abside; la cupola centrale, ormai distrutta, si ritiene edificata in una maniera consimile alla Trigona di Cittadella (SR), che è copia simile alla cella trichora di Dagala. Ad oriente si osserva la presenza di un ampio nartece presumibilmente posticcio rispetto al resto della struttura e dunque possibilmente edificato solo in un secondo momento, forse in epoca normanna. A settentrione un muro di tamponamento, ancora con ampie tracce di intonaco rosso, limita in parte la fruizione del nartece stesso. La tecnica edilizia è caratterizzata dalla presenza di pietra lavica non squadrata, legata insieme da calce o malta ed inzeppata con frammenti di terracotta. Numerosi strati di crollo riposano tutt’intorno la chiesa e nel futuro, purtroppo, saranno destinati ad aumentare, visto le delittuose e precarie condizioni in cui giace questa meravigliosa, quanto rara, struttura. Le tre absidi si conservano, sebbene in un precario stato di equilibrio strutturale. In particolare l’abside orientale si presenta particolarmente danneggiata: un’ampia porzione della parete è, infatti, crollata, trascinando con se la bella bifora (trifora?), che ne caratterizzava un tempo la forma. Anche le due absidi laterali ( settentrionale e meridionale) non giacciono in migliori condizioni, avendo perduto parte della muratura e, presumibilmente, le bifore che ne esaltavano la forma. Del tutto scomparsa è anche la cupola, che rappresentava e in alcuni casi ancora rappresenta la copertura classica di siffatte splendide costruzioni sacre, sul medesimo esempio della Trigona di Cittadella o della Cuba di Malvagna.

Bibliografia –

P. Orsi (2001 rist. anast.), Sicilia bizantina, 2001 rist. anast.

R. Patanè (1951/52), La chiesetta bizantina di Dagala del Re, tesi di laurea, relatore il prof. S.Bottari, Catania 1951-52.

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1. Nicolai Specialis, Historia Sicula, liber primus, cap. XXIX, in Rerum Italicarum Scriptores, Serie I, Tomo X, pag. 946: “Nam in diebus illis Mons Aetna vehementi motu concussus est, atque ab ea parte, qua respicit Orientem, in terribile oculis mirantium eructavit incendium, quod tamquam alluvio per decliviam montis manans (mirabile dictu) Ecclesiam sub vocabulo Sancti Stephani, quae in Heramo est, per latera hinc inde circumdedit, tamen in aliquo non offendit. quod usque in hodiernum diem miraculosum apparet
2. Secondo tradizione atti e documenti dell’eremo vennero prima trasferiti a Messina (si presume presso l’Archimandritato del S. Salvatore) e successivamente a Montecassino, Giovanni Vecchio, La Cella Trichora di Santo Stefano e l’antico eremo di Dagala del Re, in Memorie e Rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici di Acireale, serie V, vol. VII 2008, pag. 299
3. G. Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna, Catania 1815, vol. 1, pag. 27.
4. L. Vigo, Notizie storiche della città di Aci-reale, Palermo 1836, pag. 89.
5. V. Raciti Romeo, Acireale e dintorni, Acireale 1897, pp. 210-211
6. B. Pace, Arte e civiltà della sicilia antica, vol. IV, Milano 1938
7. S. Bottari, La chiesa bizantina di Dagala, in “rivista di Archeologia Cristiana, XXI-XXII, Città del Vaticano, 1945, p. 311 e seg.
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