Gran Priorato di Sant’Andrea presso Piazza Armerina

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Il monachesimo latino nella Sicilia Normanna: il Gran Priorato di Sant’Andrea presso Piazza Armerina

Gran Priorato di Sant’Andrea presso Piazza Armerina (Foto 2006 Giuseppe Tropea)

Gran Priorato di Sant'Andrea presso Piazza Armerina

Gran Priorato di Sant’Andrea presso Piazza Armerina (Foto 2006 Giuseppe Tropea)

Descrizione storica – Nonostante la grande importanza per la storia ecclesiastica e la storia dell’arte siciliana, il Gran Priorato di Sant’Andrea ha suscitato tra gli studiosi del secolo scorso tiepidi entusiasmi. Alla metà/fine del XIX secolo il Di Marzo vi dedica alcuni cenni ricordandola di origini normanne 1)Di Marzo 1889, pag. 211. Due decenni dopo anche il Mauceri concorda con l’ipotesi del Di Marzo 2)E. Mauceri 1906, pp. 12-17. Tuttavia solo il Leopold finalmente dedica, nel 1917 , uno spazio di ampio respiro al Priorato, giudicandolo fabbrica di antiche origini, databile intorno al 1100, antecedente alla distruzione di Piazza Armerina, avvenuta nel 1163 3)W. Leopold 1917, pag. 25 e 28. Leopold basava le sue conclusioni solo attraverso il dato architettonico, giudicando di “carattere normanno” tanto il portale principale, quanto quello laterale. Non è da ritenersi corretto, infatti, un diploma datato al 30 novembre 1096 d.C. 4)R. Pirri, 1.III, nel quale si cita come esistente il priorato Nel documento, rilasciato dal conte Simone, si cita come morto il conte Enrico, padre di Simone. Storicamente è certo che il conte Enrico scompaia dopo il 1130 d.C. Il Garufi cita un secondo importante diploma 5)C.A. Garufi 1910, pag. 80, ricordato anche dal White, risalente al 1148. Il documento, giudicato autentico nonostante qualche perplessità, sancisce la donazione al Santo Sepolcro della chiesa di S. Andrea fuori Piazza insieme a quattro mulini, la cappella di S. Agata (sita all’interno dell’abitato), il casale Gallinita, la chiesa di S. Giorgio presso Butera. E’, dunque, possibile che il monastero esistesse già alla metà del XII secolo 6)I. Nigrelli 1983, pag. 42 e seg. ed è lecito supporne la fondazione ad almeno un decennio prima. Ad una datazione precedente al 1148 propende, infatti, il Bottari, che vede nell’edificio elementi caratteristici inscindibili dalla colonia lombarda insediata presso Piazza 7)S. Bottari 1948, pag. 20. Del medesimo avviso anche il Di Stefano, che propone una datazione di parecchi anni prima del 1148 e sottolinea la mancanza di influssi islamici e bizantini, caratteristica che parrebbe comune di molti edifici religiosi edificati nell’entroterra siciliano 8)Di Stefano 1955, pp. 25-26 . “Prototipo di gotico siciliano” è la definizione ritagliata per l’edificio dal Lojacono 9)P. Loiacono 1957, pp.133-137 direttore del restauro che interessò la chiesa intorno alla metà degli anni 50 del XX secolo. Secondo l’autore, gli elementi gotici, espressione di maestranze “lombarde”, trovano posto presso gli archi multipli impreziositi di colonnine sottili dei portali. Lojacono, inoltre, propone una datazione intorno al 1144, ma ammette anche come possibile che l’attuale edificio di S. Andrea sia un rifacimento post terremoto del 1169. Solo negli ultimi decenni del XX secolo si è deciso di abbandonare la teoria di prototipo del gotico siciliano, in favore della presenza di maestranze arabe che probabilmente hanno collaborato alla costruzione della chiesa. E’ quello che sostiene Delogu, il quale ha riscontrato un qualche influsso orientale nella presenza del motivo “arabo della colonna inalveolata” che arricchisce il portale meridionale del transetto 10)R. Delogu 1963. Sulla vita del priorato successivamente al diploma del 1148 si ha qualche notizia di rilievo. Il S. Andrea di Piazza certamente godeva di cospicue rendite atte anche ad ospitare i Cavalieri del Santo Sepolcro e a finanziare la difesa di Gerusalemme nei lunghi periodi di crisi. Venuta meno la necessità di destinare all’Oriente Cristiano parte delle rendite e dei profitti del Priorato, a seguito della caduta di Gerusalemme, le notevoli ricchezze sembra venissero comunque amministrate dai re siciliani attraverso la nomina di un priore proveniente dalla cerchia dei fedelissimi della Corona. E’ il caso emblematico di Giovanni Suriano, un catalano nominato da Martino I nel 1391 priore del S. Andrea e castellano del castello di Piazza. Pare che l’amministrazione dei beni avvenisse per procura o tramite abate commendatario, era infatti evento raro che un priore visitasse il complesso sacro. L’assenza del titolare divenne in sostanza prassi durante l’epoca moderna. Il priorato passò di volta in volta nelle mani delle famiglie nobili più importanti di Sicilia e Spagna. Tra XVI e XVII sec. si ricordano I Sanchez, gli Aragona, Ventimiglia, Pallavicini, Trivulzio, dei quali alcuni erano cardinali. Ancora agli inizi del XX sec. la carica di priore conservava un importante valore simbolico, sebbene le rendite patrimoniali fossero pressoché esaurite. Nel 1907 Vittorio Emanuele III nominava priore di S. Andrea il canonico Calogero Minacapelli.

Fotografie – 2006 11)nggallery id=111

Descrizione topografica e architettonica – Il complesso sacro del  Gran Priorato di Sant’Andrea sorge poco a nord di Piazza, in un luogo a suo tempo isolato, oggi quartiere residenziale. Del Priorato oggi sopravvive solo la chiesa, le rimanenti porzioni del monastero risultano del tutto obliterate. Il luogo di culto ha pianta rettangolare allungata orientata est/ovest. Ad oriente il transetto aggetta dall’aula e ospita un basso campanile quadrato. L’ingresso principale è posto a occidente, in corrispondenza del prospetto principale. Si tratta di un ampio portale archiacuto ad archi progressivamente rincassati con mensole sull’imposta degli archi e architrave monolitico di arenaria locale che delimita un’ampia e spoglia lunetta composta da grossi blocchi squadrati. Il portale era impreziosito da due colonnette in pietra bianca delle quali sopravvive solo il capitello di destra. Precede l’ingresso un’ampia scalinata che immette direttamente sull’antico sentiero che conduceva ad un mulino ad acqua (mulino di S. Andrea). Lungo il prospetto meridionale, in corrispondenza del transetto, si osservano due ingressi laterali. Il primo ingresso si innesta sulla parete meridionale dell’aula. Si tratta di un portale archiacuto rincassato impreziosito da mensole sagomate poste all’altezza delle imposte degli archi. Il secondo ingresso, più piccolo, è ritagliato sulla parete meridionale del transetto.  In questo caso gli archi rincassati risultano impreziositi sia dalle usuali mensole sagomate che da pilastri con funzione di piedidritti da cui si ricavano colonnine inalveolate. Simile distribuzione degli accessi laterali si può osservare anche lungo il prospetto settentrionale, caratterizzato da due ingressi posti uno lungo l’aula, l’altro in corrispondenza del transetto. Tuttavia gli accessi settentrionali risultano oggi fortemente reintegrati e solo l’ingresso del transetto conserva porzioni dell’antica decorazione, in sostanza colonnine inalveolate e motivi floreali lungo il piccolo arco ad ogiva. La chiesa possiede una pianta a T orientata est-ovest, all’aula si innesta, ad est, un transetto aggettante. Il passaggio dall’aula al transetto è sottolineato dall’arco di trionfo ad ogiva e da nove gradini, che immettono nel santuario. Il transetto si caratterizza, inoltre, per la presenza di ben tre absidi, delle quali solo quella centrale è semicircolare all’interno, poligonale e fortemente aggettante all’esterno.Le due absidi laterali pare non fossero fruibili agli inizi del XX secolo, al tempo dei rilievi del Leopold. Solo durante i restauri diretti dal Lojacono sembra sia stato possibile rendere fruibile l’abisde destra, ricavata nello spessore murario, mentre l’abside sinistra, anch’essa inserita nello spessore murario, risulta scomparsa. Si sottolinea l’assenza di suddivisione dell’aula che è ad unica navata coperta da capriate che sorreggono una copertura a doppio spiovente. L’unico vano risulta illuminato da un totale di sei grandi finestre, distribuite in numero di tre lungo la parete settentrionale e altrettanto lungo quella meridionale La tecnica muraria merita riflessione. L’edificio vanta cantonali rinforzati grazie ad utilizzo di pietra locale ben lavorata e squadrata. Il resto della struttura è stato innalzato utilizzando sempre la caratteristica arenaria locale in blocchi sommariamente sbozzati e disposti in assise irregolari. Il materiale legante è ovviamente malta di buona qualità utilizzata nelle corrette proporzioni. I conci squadrati sono largamente impiegati in corrispondenza dei portali di ingresso e delle finestre. L’ipotesi, gia citata, che l’edificio sia una ricostruzione sulla base di un originario complesso normanno della metà del XII secolo, non è da scartare. Non si possono, infatti, tacere le evidenti similitudini tra il priorato di S. Andrea e il poco conosciuto monastero di S. Maria della Stella di Spanò, nei pressi di Adrano. Il complesso sacro di Spanò, cistercense e fondato nel 1268, condivide col S. Andrea la pianta, aula con unica navata su cui si innesta un transetto aggettante arricchito da tre absidi. Anche in questo caso il passaggio dall’aula al transetto è marcato da un maestoso arco ogivale e da una serie di tre gradini. Il portale d’ingresso principale è ad archivolti rincassati e le ogive poggiano su mensoline sagomate. Si sottolinei anche le similitudini che intercorrono tra la chiesa del Priorato e l’altra basilica duecentesca siciliana, la mai ultimata basilica del Murgo di Agnone Bagni, edificata nel primo ventennio del XIII secolo. Entrambe le chiese condividono il transetto aggettante e le absidi poligonali all’esterno. All’epoca degli studi del Maganuco, del Leopold e successivamente del Bottari sul Priorato di Piazza il monastero di Spanò era sconosciuto e similmente la basilica del Murgo, il cui primo importante studio è opera di Agnello 12)G. Agnello 1935. Agli inizi del XX secolo in generale sull’architettura religiosa e civile siciliana di XIII secolo si conosceva ben poco. Tuttavia ritornano attuali alcune affermazioni del Di Stefano, che, pur datando la struttura ad epoca normanna, ammetteva la presenza di caratteri tardivi legati a presunte influenze “settentrionali” 13)Di Stefano 1955, pp. 25-26 . Anche il Lojacono, durante i restauri, rilevava elementi architettonici romanici che a suo dire preludevano al gotico, un “embrione di una nuova concezione architettonica, di uno stile” 14)P. Loiacono 1957, pp.133-137 .

Gran Priorato di Sant’Andrea presso Piazza Armerina, foto Giuseppe Tropea 2006
Decorazioni a rilievo e ciclo pittorico – Si è già accennato alle decorazioni a rilievo che caratterizzano l’edificio. Esse trovano luogo essenzialmente all’esterno, in corrispondenza dei cinque portali d’ingresso (quattro laterali, uno posto ad occidente, sul prospetto principale). Il numero dei rilievi è in realtà molto esiguo ed è quanto rimane dei lunghi secoli di vita della chiesa. Molto è stato reintegrato durante i restauri avvenuti alla metà del XX secolo. Fra le decorazioni più importanti ricordiamo i due superstiti capitelli che, insieme alle scomparse colonne, arricchivano il portale di ingresso principale. Dei due, solo il capitello di sinistra è giunto integro fino ai giorni nostri con una bella decorazione a foglie su pietra bianca. Sostanzialmente integro è il piccolo portale meridionale del transetto. Le colonnine inalveolate sono pressoché intatte, tanto quanto i semi-capitelli che raffigurano volti umani stilizzati. Pesantemente integrato dai restauri è lo speculare portale nord del transetto. Qui si conservano solo alcuni frammenti, quali una decorazione apparentemente floreale a rilievo sull’ogiva di destra e a sinistra un bassorilievo pesantemente abraso, la cui lettura risulta molto incerta. E’ doveroso sottolineare anche la presenza, sulle imposte degli archi, delle belle mensoline che arricchiscono pressoché tutti i portali della chiesa. Aula e transetto conservano un ciclo di affreschi giunto in circa venti frammenti, dei quali almeno quattro parrebbero datarsi al XII secolo, secondo opinione del Delogu. Si tratta di affreschi di angeli e santi attribuibili ad un pittore anonimo del 1100 sulla base di precise scelte pittoriche, come lo spiccato frontalismo privo di spessore, la ritualità dei gesti e le pupille sgranate 15)R. Delogu 1963. Ad un periodo successivo si dovrebbero datare gli affreschi o le porzioni di affreschi che narrano il martirio di S. Andrea, la “Dormitio”, la Deposizione della Croce, l’Annunciazione, la Natività e la Strage degli Innocenti. In questo caso si ritiene che il pittore abbia un’impronta romanica e popolareggiante, forse collegato alla pittura benedettina 16)R. Delogu 1963. Sono state infatti individuate analogie tra gli affreschi di questo ciclo e alcune pitture napoletane e pugliesi databili tra XII e XIII secolo 17)P. Santucci 1981, pag. 161. Il ciclo pittorico del XIII secolo si conclude cedendo il passo ad alcune pitture databili al XV secolo, splendidi esempi di pittura siciliana quattrocentesca 18)Di Marzo 1889, pag. 212. Fanno parte del gruppo la “Madonna dalla faccia grande”, il “Sant’Antonio abate in cattedra”, il “S. Agostino”, la “Resurrezione”. Il “Sant’Antonio abate” è l’unico affresco rimasto sempre in sede (l’intero ciclo pittorico ha subito uno strappo conservativo, scelta sempre infelice), posto nel braccio settentrionale del transetto. Il santo è raffigurato benedicente tra due coppie di angeli, con ai piedi un offerente inginocchiato, identificato con Pietro Barberini, priore nel 1484, così come confermerebbe la data posta sulla pittura. Anche l’affresco della Pietà possiede un rilevante interesse artistico. La scena raffigura, al centro, un Cristo che risorge dalla tomba e intorno personaggi e oggetti su sfondo scuro legati alla Passione di Gesù. Cartigli illustrano minuziosamente, in latino e siciliano, gli avvenimenti. In basso alla Pietà vi è anche una raffigurazione di una messa gregoriana celebrata da un papa alla presenza di cardinali. Sfortunatamente il dipinto non reca la data, ma gli aggettivi “Pius romanus” correlati al papa che celebra messa lascerebbero intendere che si tratti di papa Pio II (1458-1464) 19)I. Nigrelli 1983, pag. 52. Durante il restauro, Il Lojacono intuì la grande importanza del ciclo pittorico del S. Andrea, non meno rilevante, nella storia dell’arte siciliana, della vicina Villa del Casale. La grande rilevanza di questi affreschi cresce esponenzialmente in rapporto al contesto regionale, relativamente povero di opere pittoriche databili con certezza al XIV e XV secolo. E’ doveroso ricordare l’opinione che espresse il Nigrelli riguardo alla poca attenzione degli studiosi all’arte pittorica siciliana quattrocentesca e cinquecentesca, spesso bollata come “arte popolaresca” e per tal motivo abbandonata al degrado, alla dispersione, alla distruzione  20)I. Nigrelli 1983, pag. 52. All’alba del XXI secolo, purtroppo, poco si è fatto per invertire la tendenza.

Bibliografia –

G. Agnello (1935), L’architettura sveva in Sicilia, 1935.

S. Bottari (1948), L’ architettura della contea : studi sulla prima architettura normanna nell’Italia meridionale e in Sicilia, Catania, V. Muglia 1948.

R. Delogu (1963), Affreschi medievali in Sicilia. Mostra degli affreschi restaurati del Gran Priorato di S. Andrea in Piazza Armerina, VII settimana dei musei, 31 marzo 7 aprile 1963, Palermo 1963.

G. Di Marzo (1889), La pittura a Palermo nel Rinascimento, Palermo 1889.

G. Di Stefano, Monumenti della Sicilia normanna, Palermo 1955.

C. A. Garufi (1910), Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, I, Palermo 1910.

W. Leopold (1917), Sizilianische Bauten des Mittelalters in Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia nd Randazzo, Berlin, Wasmuth 1917.

P. Loiacono (1957), La chiesa del Priorato di Sant’Andrea a Piazza Armerina prototipo del gotico siciliano, in “Palladio”, 7 1957, 2-3, pp. 133-137.

E. Maganuco (1926), L’architettura a Piazza Armerina, Catania 1926

E. Mauceri (1906), Sicilia Ignota, monumenti di Militello, Piazza Armerina e Aidone, in L’Arte a. IX f.I, Roma 1906.

I. Nigrelli (1983), Piazza Armerina medievale, note di vita sociale, artistica, culturale dal XII al XV secolo, Electa, Milano 1983.

P. Santucci (1981), La produzione figurativa in Sicilia dalla fine del XII secolo fino alla metà del XV, in Storia della Sicilia, V, Napoli-Palermo 1981

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1. Di Marzo 1889, pag. 211
2. E. Mauceri 1906, pp. 12-17
3. W. Leopold 1917, pag. 25 e 28
4. R. Pirri, 1.III
5. C.A. Garufi 1910, pag. 80
6. I. Nigrelli 1983, pag. 42 e seg.
7. S. Bottari 1948, pag. 20
8. Di Stefano 1955, pp. 25-26
9. P. Loiacono 1957, pp.133-137
10. R. Delogu 1963
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12. G. Agnello 1935
13. Di Stefano 1955, pp. 25-26
14. P. Loiacono 1957, pp.133-137
15. R. Delogu 1963
16. R. Delogu 1963
17. P. Santucci 1981, pag. 161
18. Di Marzo 1889, pag. 212
19. I. Nigrelli 1983, pag. 52
20. I. Nigrelli 1983, pag. 52
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