Monastero cistercense di Santa Maria di Novara di Sicilia

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Il monachesimo cistercense nella Sicilia medievale, dalle origini al regime di commenda (XII/XV sec.d.C.)

– (1) Introduzione – (2) Monarchia normanna e origini del movimento cistercense in Sicilia (XII sec. d.C.) – (3) Federico II e il consolidamento cistercense sull’isola (XIII sec. d.C.) – (4) I Vespri Siciliani: i cistercensi tra angioini e aragonesi (XIII XIV sec. d.C.) – (5) Decadenza e impoverimento dell’ordine (XIV/ XV sec. d.C.) – (6) I monasteri: Santa Maria di Novara – (7) I monasteri: Santa Maria di Roccamadore – (8) I monasteri: Santa Maria di Roccadia – (9) I monasteri: Santa Maria della Stella di Spanò – (10) I monasteri: Santa Maria dell’Arco di Noto – (11) I monasteri: Santo Spirito di Palermo – (12) I monasteri: Santissima Trinità o Magione dei Teutonici di Palermo – (13) I monasteri: Santa Maria di Altofonte – (14) I monasteri: Santissima Trinità di Refesio – (15) I monasteri: la basilica del Murgo presso Agnone Bagni – (16) Conclusioni – (17) Bibliografia.

(6) Monastero cistercense di Santa Maria di Novara di Sicilia

Monastero cistercense di Santa Maria di Novara di Sicilia

Monastero cistercense di Santa Maria di Novara di Sicilia

Descrizione storica – La tradizione vuole che questo monastero sia la prima fondazione cistercense nel regno di Sicilia. In realtà l’assenza di documentazione rende dubbia la data del 1171 d.C., ricordata dai registri cistercensi e riportata dal Pirri 1)R. Pirri 1733, pp. 1299-1300, con la quale si vorrebbe sancire la nascita del monastero. Testimonia l’esistenza del monastero, durante il turbolento periodo di transizione tra l’età normanna e quella sveva, un solo atto databile al 1195, nel quale si concede la libertà di pascolo in territorio alle numerose mandrie e greggi dell’abbazia2)L.T. White jr 1938 rist. 1984, pp. 279-280. Inoltre, non è possibile confermare la notizia riportata da Janauschek 3)L. Janauschek 1877, pag. 164 e 197, il quale ricorda che alcuni monaci di Novara vennero inviati a popolare la nuova fondazione cistercense di Roccamadore, a sud di Messina. Ad età pienamente sveva risale un atto del 12214)R. Pirri 1733, pp. 1299-1300. Si tratta di un documento ove si sanciscono e si confermano tutti i privilegi precedentemente goduti dal monastero. Riguardo all’epoca angioina, invece, mancano tangibili testimonianze che possano illuminare sulla sorte del complesso sacro, il quale, comunque, sembra superare relativamente indenne il turbolento periodo dei Vespri. Si è ben informati dell’abbazia proprio durante gli anni del governo aragonese. Nell’ultimo decennio del duecento il monastero messinese è pienamente impegnato a sostenere una lotta contro la curia regia per il possesso del feudo Custi, oggi conosciuto con il toponimo di Carcaci. Si tratta di un ampia porzione di territorio posto ai piedi dell’Etna, dal 1268 in possesso del monastero di S. Maria della Stella di Spanò e entro la fine del XIII sec. posto sotto il controllo dell’abbazia novarese, secondo modalità e tempi ancora non ben chiarite dalle fonti storiche. Nel 1292 5)G. La Mantia, Codice Diplomatico dei Re Aragonesi di Sicilia, vol II, pp. 272 e seg. il feudo di Carcaci entra nelle mire del governo siciliano, che ne ottiene il controllo a discapito del monastero di Novara, al quale rimane il possesso di un altro territorio satellite del monastero della Stella di Spanò, cioè la grangia di Pietrarossa. Lo sviluppo di questi avvenimenti non è del tutto chiaro e solo nel 1310 6)A. Sparti 1995, pp. 70-72, come è possibile apprendere da un documento di recente scoperta, S. Maria di Novara eredita tutti i possedimenti di Spanò, ridotta, suo malgrado, allo stato di grangia. Se, dunque, è vero che alla fine del XIII secolo sono i monaci di Novara a difendere i diritti delle terre del monastero etneo, è allora possibile pensare che la crisi di Spanò inizi fin dall’ultimo decennio del 1200, che S. Maria di Nucaria sia stata con buona probabilità la casa madre del monastero etneo e dunque la diretta interessata alla difesa dei diritti territoriali innanzi alle usurpazioni regie e, infine, che il documento del 1310 sancisca solo una situazione consolidatasi già negli anni precedenti, cioè l’irrimediabile crisi e impoverimento di S. Maria di Spanò. L’atto del 1310 è importante anche perché informa chiaramente sull’espansione dei possedimenti territoriali del complesso novarese, tra la fine del XIII sec. e il corso del XIV sec., in direzione etnea. Confermano infatti la tendenza altri due documenti, databili al 1375 e conservati presso il tabulario di S. Nicolò La Rena e S. Maria di Licodia7)C. Biondi 1991, doc. 43 del 20 agosto 1375, indizione XIII e doc. 44 del 26 agosto 1375, indizione XIII. Si tratta di due scritti relativi ad un unico testamento, nel quale un tale Filippo de Samona, miles, da disposizione dei propri beni, fra i quali dona al “…monasterio Sancte Marie de Nucaria quandam peciam terre sitam et positam in territorio Trayne in contrata Scalette…”. Nessuna fra le fonti citate trasmette l’esatto elenco dei beni, delle concessioni e delle chiese suffraganee afferenti al monastero. Solo il Pirri 8)R. Pirri 1733, pp. 1304-1305 riporta, senza citare però la fonte, un completo elenco delle grange di S. Maria di Nucaria. La chiesa suffraganea più importante e grande è certamente la già citata S. Maria della Stella in contrada Spanò; inoltre si apprende dell’esistenza di una chiesa intitolata a S. Vincenzo di Messina, costruita nei pressi del cosiddetto propugnacolo di Andria; nella diocesi messinese vi è anche “S. Maria de Thermis”, posta all’interno del territorio di Castroreale. Inoltre si ricordino “S. Maria de Nive” nei pressi di Francavilla di Sicilia; S. Maria di Noaria, edificata poco lontano la città di Patti; infine la chiesa di S. Nicola, sita presso l’abitato di Tripi. I problemi del monastero di Novara con il governo siciliano riprendono alla metà del XIV sec. Nel 1348 l’abate Giacomo è costretto con la forza a rinunciare al governo dell’abbazia 9)S. Fodale 1994, pag. 363. A costui subentra un monaco proveniente da S. Maria de Matina in Calabria, frate Nicolò di Montealto. L’intervento di papa Innocenzo VI consente il reintegro di frate Giacomo, che mantiene la direzione del monastero per altri tre anni, subentrandovi nuovamente il Montealto prima del settembre 1363, al quale Innocenzo perdona la violazione, confermandolo abate alla fine del 1365 10)S. Fodale 1994, pag. 364. Di fatto, però, la vita del Montalto non prosegue serena, giacché egli poco dopo, sotto giudizio degli abati del S. Spirito e di S. Maria dell’Arco, viene scomunicato e successivamente deposto 11)S. Fodale 1994, pag. 364 12)R. Pirri 1733, pp. 1302. Il lungo periodo di crisi e incertezze grava sulla situazione finanziaria del monastero. Sebbene i documenti per l’epoca siano rari, si apprende che a capo di S. Maria de Nucaria viene eletto, intorno alla seconda metà del XIV secolo, Nicolò de Sanvincenzo, che eredita un monastero in stato di evidente rovina e abbandono. Al Sanvincenzo, tanto era il dissesto finanziario, non è possibile nemmeno corrispondere, nel 1376, la somma di 100 fiorini dovuta alla Camera apostolica. Tale inadempienza causa, nel 1390, la scomunica dell’abate 13)ASV, Oblig. Et sol. 43, f. 42v.. Da altri documenti si apprende chiaramente che anche i successori del Sanvincenzo patiscono guai non indifferenti, tanto che un abate Nicolò alla fine del XIV sec. veniva anche privato dall’infante Martino dell’abbazia, data in regime di commenda ad un monaco di Monreale. Ancora nel 1396 Martino reintegra Nicolò in qualità di abate del monastero novarese, che però risultava privato delle rendite della grangia di S. Maria de Nive presso Francavilla di Sicilia 14)S. Fodale 1994, pag. 364 15)ASP, Canc. 29, f. 32r.. Di fatto tale provvedimento ha durata breve e la grangia torna presto sotto la direzione di S. Maria di Nucaria, visto che ormai le rendite del vetusto monastero erano ridotte veramente al lumicino 16)ASP, Canc. 29, f. 52r.. E’ probabile che fra le cause della decadenza del complesso sacro vi sia la vecchiaia di frate Nicolò, che, rimasto del tutto solo agli inizi del XV sec.,  amministra i beni e i monaci attraverso persone laiche. Motivo sufficiente per spingere il re a porre ancora una volta il monastero in regime di commenda sotto la direzione di frate Giacomo de Borrellis, cantore della cattedrale di Catania 17)S. Fodale 1994, pag. 365 18)ASP, Proton. 5, f. 222r-v, il quale avrebbe ottenuto la carica di abate alla morte di frate Nicolò, che di fatto, invece, sopravvisse al prelato catanese, morendo solo dopo il 1406, anno in cui Martino il giovane assegna S. Maria di Novara all’arciprete di Paternò, Gerardo de Fino, e si preoccupa anche di inventariare i beni residui, mobili e immobili, del monastero 19)ASP, Canc. 46, ff. 211v-212r.. Pare che nessun intervento riusca in ogni caso ad arrestare la decadenza del complesso sacro, che necessita, oltre alle difficoltà economiche, di urgenti opere di restauro. L’interesse diretto della regina Bianca risulta inconsistente. Ella, nel 1410, dispone che nell’amministrazione e riscossione delle rendite che il monastero percepiva dai possedimenti presenti nella città di Messina e nei territori limitrofi il priore di S. Maria di Novara sia assistito da due cittadini messinesi, affinché la cifra riscossa si destini, oltre al culto e al sostentamento dei monaci, anche alla riparazione della chiesa di S. Vincenzo e della grangia che l’abbazia possedeva in Messina. La regina, inoltre, sospese e impedì sia i pagamenti verso i creditori, sia i sequestri contro l’istituto sacro 20)ASP, Canc. 7, ff. 55v, 76v.. Ma gli interventi della corona non impedirono che la nomina del nuovo abate avvenisse senza quei traumi, che invece funestarono ulteriormente la ormai precaria esistenza della comunità religiosa di Novara di Sicilia. Il monastero cadde in mezzo agli intrighi che nacquero a seguito dello scisma che agli inizi del XV secolo colpì il papato. Il papa eletto dal concilio di Pisa, Alessandro V, diede in commenda S. Maria la Novara al vescovo di Porto. Probabilmente il provvedimento venne considerato nullo o rimase senza effetto21)ASV, Oblig. Et sol. 56, f. 60r., giacché nel 1411 Gregorio XII, papa della linea romana, nominò abate un monaco dello stesso monastero, Luca de San Vincenzo. Il frate, per motivi non sindacabili, decise comunque di abbandonare l’obbedienza romana e, passando a quella pisana, ottene la conferma della carica da Giovanni XXIII, papa della linea pisana 22)V. Amico, , pag. 254

Monastero cistercense di Santa Maria di Novara di Sicilia

Monastero cistercense di Santa Maria di Novara di Sicilia

Descrizione topografica e architettonica – Se il monastero cistercense di Novara di Sicilia non abbonda di fonti storiche atte a ricostruirne capillarmente la storia, problematiche ancora maggiori sorgono riguardo all’effettiva identificazione dei luoghi e dell’architettura dell’abbazia. Ad oggi, infatti, si sconosce l’esatto luogo di edificazione del complesso; storici quali Mongitore e V. Amico riportano notizie non sempre concordanti. Inoltre questa incertezza è ulteriormente alimentata dai pareri discordi degli storici locali. Un dato è, comunque, possibile: il monastero venne edificato probabilmente due volte e in due luoghi differenti. La testimonianza di Gregorio Romanus ricorda soltanto l’esistenza del monastero presso il territorio di Novara, non lontano da Messina 23)R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1299. Mongitore, nell’emendamento all’opera del Pirri, appare più dettagliato nella descrizione dei luoghi e certamente concorda con l’ipotesi che il compresso sacro venne edificato due volte, presso luoghi diversi: “… Proximum Oppido Noarae, Messanensis Dioecesis, S. Mariae, sub titulo Annunciationis, nobile Monasterium Ordinis Cistercensis in supercilio hodie ingentis lapidae molis 24)R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1299, quae ipsi Oppido Latissime, ac terris circumquaque dominatur, exurgit; sed olim sub montibus ad duo circiter millia pass. A Noara circa Regionem illam, cui nomen a S. Basilio, ubi etiamnum rudera cernuntur, situm…”. L’autore, inoltre, segue la tradizione che vuole un S. Ugone fondatore del complesso 25)R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1299. E’ altresì interessante notare come lo storico V. Amico riporti notizie simili a quelle del Mongitore, relativamente ai luoghi di fondazione del monastero, ritenendo però che il monastero un tempo sorgesse sotto la famosa rocca “Salvatesta”, che domina tutt’ora l’abitato di Novara, e che ancora ai suoi tempi erano chiaramente visibili i ruderi di questa prima fondazione. Lo studioso inoltre ricorda che il monastero successivamente venne trasferito in luoghi più favorevoli alla vita, sebbene taccia il nome della nuova contrada oggetto della ricostruzione. Diverso parere ha formulato uno storico locale, G. Borghese, che agli inizi del XX sec. si interessò delle bellezze artistiche di Novara di Sicilia e che, necessità, dovette occuparsi anche dell’antico monastero. Il Borghese, seguendo il Raccuja, ritenne che in un primo momento i cistercensi, guidati da S. Ugone, avessero scelto la contrada S. Anna come luogo ideale ove costruire il monastero. Mostratasi, al contrario, la contrada alquanto inospitale i tre monaci preferirono spostarsi in favore di luoghi più ospitali, presso l’odierna “Badiavecchia”, piccolo agglomerato di abitazioni ricadenti nell’antica contrada di “Vallebona”26)G. Borghese 1096, pag. 242. Sembra però che il monastero ivi costruito alla metà del XVII cadesse tanto in rovina, da costringere i monaci a trasferirsi all’interno dell’abitato di Novara, ove venne edificato un nuovo edificio monastico. Ma l’originaria abbazia cistercense di Vallebona giunse in totale abbandono solo nel 1731, quando la rovina si abbatté definitivamente sul complesso. Le tre testimonianze concordano sull’esistenza, in contrada Vallebona, di un monastero, delle cui vicissitudini architettoniche senza dubbio il Borghese appare ben informato. Quest’ultimo studioso, però, non prende affatto in considerazione la possibilità che l’abbazia di S. Maria un tempo potesse sorgere anche ai piedi della Rocca Salvatesta, ignorando così le testimonianze di V. Amico e di Mongitore. Allo stato attuale della ricerca si apprende dell’esistenza di ruderi sia alla base del pianoro della Rocca Salvatesta, sia lungo il torrente che transita in contrada Vallebona/Badiavecchia. E’ possibile pensare che tali resti siano riferibili a fondazioni monastiche afferenti al medesimo monastero. Sulla Rocca si osserva la presenza di alcune creste murarie e, in generale, l’intero altipiano si contraddistingue per gli ampi segni di antica frequentazione. Riguardo a Vallebona, invece, ai giorni nostri sopravvive una piccola chiesa ad una navata, che la tradizione vuole facente parte dell’abbazia di S. Ugo. Non è improbabile che entrambi i luoghi abbiano ospitato lo stesso monastero, in tempi diversi. E’ possibile che monaci cistercensi abbiano scelto il pianoro di Rocca Novara/Salvatesta come primo luogo dove fondare un piccolo monastero o adattare ruderi di epoche precedenti. Tale luogo venne successivamente abbandonato, per motivi forse legati all’inospitalità dei luoghi e al decadimento delle strutture. Non è improbabile che essi si spostassero verso contrada Vallebona, che ancora oggi offre caratteristiche che non passarono inosservate ai cistercensi, come la ricchezza di acque, salubrità dei luoghi, pace lontana dai rumori di paesi e città. Allo stato attuale delle ricerche del monastero di S. Maria di Nucaria si conosce quel che rimane di un complesso sacro esistente presso il piccolo abitato di Badiavecchia (Vallebona), frazione sita a pochi chilometri a sud-ovest di Novara di Sicilia. Si tratta di un agglomerato di strutture sorte intorno al monastero, dei cui resti oggi sopravvivono la citata chiesa e alcuni locali ormai in stato di abbandono. La chiesa possiede una pianta rettangolare con orientamento est-ovest, avente la singolare anomalia dell’ingresso posto a oriente e l’altare rivolto verso occidente. La singolarità è, comunque, solo apparente, poiché ad un’attenta analisi è possibile notare come l’impianto strutturale abbia subito notevoli rifacimenti, quali soprattutto l’eliminazione dell’originaria abside rivolta in origine ad est e al posto della quale si è ricavato un nuovo ingresso. Conseguentemente l’antico portale della chiesa, pur conservandosi fino ai giorni nostri, venne murato attraverso interventi di dubbio gusto estetico. Dell’antica abside, invece, si conserva solo la fondazione con la caratteristica forma semicircolare. L’edificio possiede una copertura a doppio spiovente, evidentemente rifatta in tempi recenti. Due piccoli ingressi ogivali si conservano lungo i corrispettivi fianchi settentrionali e meridionali. L’interno della chiesa risulta ampiamente restaurato e lo stravolgimento della originaria pianta permette di percepire solo a stento l’antico assetto. La scomparsa dell’abside ha, inoltre, privato l’edificio di una importante fonte di luce, che comunque filtra per mezzo di finestre a tutto sesto (tre lungo la parete nord, quattro in quella sud) poste poco sotto le capriate della copertura. Inoltre, una piccola finestra circolare sopravvive sopra l’antico portale di ingresso occidentale e un’ampia finestra a sesto ribassato trova posto ad oriente, poco sopra l’attuale ingresso. Di fatto sarebbe inutile azzardare una datazione della chiesa sulla base delle sopravvivenze strutturali. L’edificio potrebbe pure celare sopravvivenze normanno/sveve, ma i recenti restauri, che hanno totalmente ricoperto di intonaco sia l’interno che l’esterno della chiesa, e i citati mutamenti di orientamento hanno nascosto, o nella peggiore delle ipotesi hanno cancellato, importanti tracce utili per una corretta datazione. Un elemento parrebbe comunque assodato: difficilmente si potrebbe far risalire questo edificio sacro alla prima età normanna o alla metà del XII sec. d.C., come vorrebbe la tradizione di S. Ugo e dei suoi seguaci. Più in dettaglio, l’antico portale orientale attualmente murato, con timpano e caratteristica ogiva, richiamano forme tre/quattrocentesche similmente a quanto è possibile osservare, ad esempio, nei resti del convento di S. Francesco presso la sommità del colle di Paternò, non lontano dall’antico dongione 27)S. Di Matteo, pp. 77-88. Presumibilmente anche le citate finestre, all’esterno strette e lunghe, con leggero strombo, risalirebbero a simile epoca. Si evidenzi che il corpo di fabbrica presenta anche un ingresso laterale posto sulla parete settentrionale. Questo portale si caratterizza per un arco ad ogiva, poggiante su due semplici mensole e impreziosito da una sobria cornice. Anche lungo il lato meridionale della chiesa si osserva un ingresso simile al precedente, invisibile però all’esterno causa superfetazioni che rendono di difficile lettura questo lato dell’edificio. Fra le strutture addossate spicca certamente il campanile, opera recente, posto a sinistra dell’attuale prospetto principale, poggiante su contrafforte e su di un ampio arco leggermente ogivale. In realtà gran parte del prospetto meridionale della chiesa è risultato di numerosi interventi, che ne hanno modificato fortemente l’aspetto. Proprio in mezzo alle superfetazioni del lato sud della chiesa spicca, tra una scala in ferro e alcuni tubi di rame, un arco ad ogiva poggiante su mensole che fa indubbiamente parte di un antico ingresso ormai murato e parzialmente obliterato causa il rialzamento del piano di calpestio. Quest’apertura, se nelle linee generali richiama la sobrietà decorativa del resto dell’edificio, di fatto presenta una manifattura diversa, sia perché composto da grandi conci privi di qualsivoglia decorazione, sia perché la pietra utilizzato presenta un colore giallognolo, calcarenitico o arenario, che sottolinea un contrasto stridente con il resto della muratura, sia antica che moderna. Che questo ingresso sia, dunque, quanto rimane di una struttura più antica? L’ipotesi potrebbe avere un suo fondamento e non è del tutto da scartare. Oltre alla chiesa, permangono anche alcuni ruderi di edifici facenti capo al monastero. Il chiostro risulta del tutto scomparso, mentre delle strutture che forse un tempo ospitavano i monaci sopravvivono resti non ben identificabili, forse gli alloggi, che ormai fanno parte integrante di quelle abitazioni civili che nel corso degli anni hanno progressivamente occupato i resti in disuso dell’abbazia. Rimane pure una porzione di grande arco che forse faceva parte del muro di cinta, svolgendo funzioni di ingresso e portineria. I lunghi anni di abbandono, ma soprattutto le gravi condizioni finanziarie in cui versava l’abbazia già a metà del XV secolo e il perdurante stato di fatiscenza in cui versavano gli edifici hanno facilmente contribuito alla scomparsa dell’intero complesso, tranne la chiesa rimasta come luogo di culto per la contrada. Un interessante documento che testimonia lo stato di decadenza raggiunto da S. Maria la Noara tra XV e XVI sec. venne rinvenuto in Messina intorno agli inizi del XX sec. 28)G. Borghese 1096, pp. 261-261 Si tratta di un atto risalente al 29 ottobre del 1504, nel quale risulta siglato tra frate Geronimo Minacapilli, procuratore di S. Maria la Novara, e Simone Acampo, maestro scalpellino, un pagamento pari a onze 3 e mezza per un lavoro che l’Acampo stesso prometteva di terminare entro il gennaio del 1505. L’impegno dello scalpellino era quello di “…frangendum quamdam roccam intus flumen existentem prope monasterum…”. L’atto testimonia la presenza di rocce che in quel tempo ostruivano il libero corso del torrente; di conseguenza l’acqua, soprattutto nei mesi invernali, facilmente si riversava nei pressi del monastero, causando danni ingenti. Il documento continua, specificando che: “… lacqua (sic) si faza andari per aliam viam que non noceat monasterio… li peczi chi rumpira sianu chi dui homini li poczano pigliari et levari di locu…”. Inoltre, l’allora abate del monastero, Giovanni Pujades, consegnava a titolo di anticipo ben 10 tarì in “… ferro et azaro…” e prestava anche “… una maza et tri cugni et landi de ferru…” all’operaio per il completamento dei lavori. Le opere di pulizia del torrente furono probabilmente efficaci e il complesso sacro ebbe la possibilità di prolungare la permanenza nei luoghi in cui era sorto per altri due secoli. La natura inesorabilmente prese il sopravvento solo alla metà del XVII sec. Nel 1659 si decise, infatti, di costruire un nuovo edificio all’interno del centro abitato di Novara, poiché l’antico edificio pare minacciasse rovina e presumibilmente per assecondare anche i desideri dei monaci, stanchi di condurre una vita eccessivamente isolata. Sembra, comunque, che i rapporti tra gli abitanti e l’ordine religioso non siano stati dei migliori: nel 1783 i monaci vennero espulsi, perché accusati di molestare le famiglie del paese e di condurre una vita di abusi e l’allora governo borbonico si interessò ad incamerare beni e rendite del monastero, dichiarando la chiesa patronato regio e condannando parimenti questa struttura sacra ad un lento ma inesorabile decadimento, quale era possibile osservare già nel 1848 29)G. Borghese 1096, pp. 243-244.

– Bibliografia

V. Amico (1855/56), Dizionario topografico della Sicilia, trad. da Gioacchino Di Marzo, 2 voll., Palermo 1855/56.

C. Biondi (1991), Troina medievale: Filippo de Samona, miles, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, anno LXXXVII, 1991, fascicoli II-III

G. Borghese (1906), Novara di Sicilia e le sue opere d’arte (da documenti inediti), in Archivio Storico Messinese anno VII 1906

S. Di Matteo, Paternò: nove secoli di storia e di arte

S. Fodale (1994), I cistercensi nella Sicilia medievale,  in I Cistercensi nel Mezzogiorno Medievale, Atti del Convegno internazionale di studio in occasione del IX centenario della nascita di Bernardo di Clairvaux (Martano, Latiano, Lecce, 25-27 febbraio 1994).

L. Janauschek (1877), Originum Cisterciensium Tomus I in quo praemissis congregationum domiciliis adjectisque tabulis chronologico-genealogicis veterum abbatiarum a monachis habitatarum fundationes ad fidem antiquissimorum fontium primus descripsit, L.J. Vindobonae 1877

R. Pirri (1733), Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, Palermo 1733. L.T. White jr (1938), Il monachesimo latino nella Sicilia normanna, Catania 1938 (rist. 1984).

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References   [ + ]

1. R. Pirri 1733, pp. 1299-1300
2. L.T. White jr 1938 rist. 1984, pp. 279-280
3. L. Janauschek 1877, pag. 164 e 197
4. R. Pirri 1733, pp. 1299-1300
5. G. La Mantia, Codice Diplomatico dei Re Aragonesi di Sicilia, vol II, pp. 272 e seg.
6. A. Sparti 1995, pp. 70-72
7. C. Biondi 1991, doc. 43 del 20 agosto 1375, indizione XIII e doc. 44 del 26 agosto 1375, indizione XIII
8. R. Pirri 1733, pp. 1304-1305
9. S. Fodale 1994, pag. 363
10. S. Fodale 1994, pag. 364
11. S. Fodale 1994, pag. 364
12. R. Pirri 1733, pp. 1302
13. ASV, Oblig. Et sol. 43, f. 42v.
14. S. Fodale 1994, pag. 364
15. ASP, Canc. 29, f. 32r.
16. ASP, Canc. 29, f. 52r.
17. S. Fodale 1994, pag. 365
18. ASP, Proton. 5, f. 222r-v
19. ASP, Canc. 46, ff. 211v-212r.
20. ASP, Canc. 7, ff. 55v, 76v.
21. ASV, Oblig. Et sol. 56, f. 60r.
22. V. Amico, , pag. 254
23. R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1299
24. R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1299
25. R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1299
26. G. Borghese 1096, pag. 242
27. S. Di Matteo, pp. 77-88
28. G. Borghese 1096, pp. 261-261
29. G. Borghese 1096, pp. 243-244
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