Monastero dei SS Pietro e Paolo presso Casalvecchio Siculo

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Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale: il monastero (abbazia) dei SS Pietro e Paolo presso Casalvecchio Siculo

Sessioni fotografiche – 1 maggio 2004 (Nikon Coolpix 995)

Descrizione storica – Il monastero dei SS Pietro e Paolo presso Casalvecchio Siculo è uno fra i più interessanti monasteri basiliani fondati in epoca normanna . La prima attestazione documentaria risale al 1116 1)R. Pirri 1733, pp. 1253-54 2)M. Scaduto 1947, pag. 149. La fonte narra di un monaco, Gerasimo, che incontrò Ruggero II presso la “Scala S. Alexii” con il preciso scopo di chiedere al sovrano il permesso e l’aiuto per riedificare un monastero, un tempo sito lungo la fiumara di Agrò. Ruggero II accolse l’accorata preghiera del monaco ed elargì mezzi sufficienti alla ricostruzione del complesso. Accennando più volte il testo alla necessità di riedificazione, è probabile che il monastero preesistesse all’ascesa al potere di Ruggero II. Non è impossibile che già in epoca bizantina dimorasse lungo la fiumara di Agrò una comunità cenobitica 3)M. Scaduto 1947, pag. 150, successivamente posta in difficoltà dall’invasione musulmana. La consistenza di questa più antica comunità è sconosciuta, mancando qualsiasi dato documentario ed architettonico. Al monaco Gerasimo si attribuisce una personalità di un qualche rilievo, giacchè si ritiene che egli sia stato più volte promotore e protagonista di (ri)fondazioni di monasteri greci sull’isola 4)M. Scaduto 1947, pag. 150. Al medesimo personaggio si vogliono, infatti, attribuire sia la costruzione del limitrofo monastero dei SS. Pietro e Paolo di Agrò, sia il cenobio di S. Elia presso Milazzo.Poche altre notizie si apprendono sul monastero di Casalvecchio. Nel 1131 il SS. Pietro e Paolo di Agrò è dichiarato suffraganeo del S. Salvatore di Messina. Nel 1172 il cenobio è sottoposto a restauro. La notizia si apprende dall’iscrizione greca posta sui cunei dello pseudo architrave 5)Piacentini 1757, pp. 129 e seg. 6)A. Salinas 1885, pp. 86-90 7)S. Bottari 1939, pag. 24. Il testo accenna, in maniera più o meno chiara, ad una ricostruzione del tempio voluta dal catecumeno di Taormina Teostericto e seguita direttamente dal “protomaestro” Gerardo Franco, primo ed unico nome di architetto giunto da epoca normanna ai giorni nostri. L’entità della ricostruzione rimane ancora non chiara. Presso l’edificio certamente è possibile distinguere due fasi costruttive, sebbene non si riesca a discernere con assoluta certezza quale delle due preceda l’altra. Al pari di altre abbazie limitrofe, alla metà del XV sec. il complesso sacro è dato in regime di commenda 8)M. Scaduto 1947, pag. 150. In questo periodo vi abita un numero esiguo di monaci, circa sei, in grado di attendere alle attività essenziali del cenobio 9)R. Pirri 1733, pag. 1258, cioè liturgia e cura pastorale. Il numero dei religiosi pare risulti invariato nei secoli successivi e tale rimane ancora alla metà del XVIII sec.

Descrizione topografica e architettonica – Edificato su di un piccolo promontorio che si affaccia sulla fiumara di Agrò, il monastero appare ai giorni nostri disabitato. Del complesso, certamente l’edificio più antico è rappresentato dalla chiesa. Essa si caratterizza per un impianto basilicale, composto essenzialmente da due parti: ad ovest l’aula, ad est un santuario triabsidato, introdotto da due pilastri. La chiesa si caratterizza per la presenza di due cupole, un tempo presumibilmente quattro, poiché si ritiene che il prospetto principale della struttura fosse impreziosito dalla presenza di due piccole cupole, oggi scomparse 10)Bottari 1939, pag. 20. Le tre absidi all’esterno differiscono fra loro per dimensioni e forma. Le due laterali, infatti, si presentano più piccole rispetto a quella centrale, e hanno comune forma semicircolare, all’esterno così come all’interno. L’abside centrale ha, al contrario, la forma di una massa rettangolare all’esterno, pur mantenendo la semicircolarità interna. Il prospetto principale è molto articolato. Esso è preceduto da un esonartece 11)Bottari 1939, pag. 20 impreziosito da un arco a sesto acuto e incorniciato, ai fianchi, dai muri delle torrette, un tempo sormontate, presumibilmente, da cupole, oggi del tutto scomparse. All’interno delle torri di facciata si svolgevano le scale che consentivano l’accesso alla sommità della chiesa. Ancora oggi gli ingressi alle scale sono visibili all’interno della chiesa. Le uniche cupole superstiti sono quelle allineate lungo l’aula. La prima copre la parte centrale della navata, è caratterizzata da otto spicchi visibili oltre che all’esterno, anche all’interno, ed è sopraelevata su di un alto tamburo. La seconda cupola copre la parte centrale del transetto. Similmente alla prima, essa è divisa in otto spicchi ed è posta su di un tamburo ottogonale. {mosimage}L’esterno possiede una notevole vivacità coloristica. I muri sono costituiti da filari di mattoni di diverse tonalità e disposti sia orizzontalmente, sia a coltello, a faccia, a spina di pesce o a denti di sega. Ai mattoni si alternano anche fasce costituite da conci di pietra bianca, rosso bruna o marmo rossastro di Taormina. Anche la malta sembra giocare un ruolo fondamentale, possedendo cromatismi che procedono dal bianco al bianco-rosa. Si consideri che tale cromatismo è più accentuato lungo la fiancata meridionale e attenuato in quella settentrionale. Altro elemento decorativo è il motivo delle arcate intrecciate, che si susseguono su due ordini lungo l’intera superficie esterna dell’edificio. Le arcate dell’ordine inferiore sono tutte leggermente acute, mentre nelle arcate dell’ordine superiore, corrispondente ai muri della navata centrale, si osserva l’innesto di un arco a tutto sesto fra due archi leggermente acuti. Inoltre l’ordine superiore, così come l’abside centrale e la parete meridionale, hanno come coronamento filari di mattoni posti a “dente di sega”, una larga fascia, ove si alternano motivi a scacchiera rossi e neri, infine una merlatura in parte restaurata. Il fianco settentrionale mostra evidenti modifiche. Alla monocromia decorativa si aggiunge anche una fascia di mattoni posti in maniera obliqua tanto da ottenere incavi triangolari tra due fasce dentate 12)Bottari 1939, pp. 21-22. L’edificio presenta due ingressi. Il più piccolo è posto lungo il fianco meridionale e si distingue per la presenza di un massiccio architrave in marmo di Taormina, sormontato da un archivolto a sesto acuto, costituito da tre fasce sovrapposte, delle quali una svolge il ruolo di cornice. Sia la prima, che la cornice sono formate da un’alternanza di blocchi bianchi e neri. La fascia intermedia, invece, è costituita dall’intarsio, a scacchiera, di rombi bianchi e rossi, su fondo di pomice nera. L’ingresso principale, quello in corrispondenza dell’esonartece, presenta caratteristiche simili. L’architrave è sostituito da un insieme di sei conci, uniti insieme a formare un arco fortemente ribassato. Le due fasce dell’archivolto sono costituite da blocchi di pietra bianca e nera, posti in maniera alternata e intramezzati da laterizi e spessi strati di malta. L’interno della struttura appare spoglio. E’ probabile che un tempo le pareti fossero arricchite da decorazioni ad affresco, ma oggi tutto è scomparso, lasciando spazio solo all’immaginazione. L’aula è divisa in tre navate da un insieme di quattro colonne e due pilastri, che introducono l’area del presbiterio e delle absidi. La navata centrale è la più ampia, con alta copertura piana, le due laterali hanno in larghezza un’estensione inferiore e sono coperte da volte a crociera 13)Bottari 1939, pp. 19-20. Nonostante l’impianto della chiesa sia basilicale, la cupola posta al centro dell’aula richiama anche le chiese a pianta centrale o a croce greca inscritta, tipiche del mondo bizantino. A questa caratteristica, osservata già presso la cuba di S. Domenica di Castiglione 14)C. E. Nicklies 1992, pag. 19, si aggiunge la complessa soluzione edilizia utilizzata al fine di sorreggere la cupola e il relativo tamburo. Si tratta di un sistema ad alveolature, che richiamano molto da vicino i “muqarnas” islamici. Anche in questo caso un esempio precedente di tale soluzione edilizia potrebbe trovarsi sempre presso la Cuba di Castiglione 15)C. E. Nicklies 1992, pag. 24. Ma i “muqarnas” presso il SS. Pietro e Paolo di Agrò mostrerebbero un grado evolutivo superiore, segno di maestranze maggiormente addestrate all’utilizzo di tale tecnica. La seconda cupola, al centro del presbiterio, ha identica soluzione edilizia. La parte interna delle absidi si presenta semicircolare. L’abside centrale mantiene un’ampiezza maggiore rispetto alle laterali, che presentano una superficie poco più ampia rispetto alle absidi laterali di S. Maria di Mili. La chiesa del monastero dei SS. Pietro e Paolo di Agrò, sia all’interno, sia all’esterno certamente richiama un’origine bizantina. 16)singlepic id=425 w=100 h=200 float=leftL’esterno per certi versi sembra ispirarsi all’architettura palazziale bizantina 17)G. Bellafiore 1990, pag. 101 ; l’interno è una fusione tra pianta centrale e pianta basilicale, sottolineata opportunamente dalla presenza di due cupole. Il richiamo alla pianta a croce greca inscritta sembra predominante, anche perché coperta dalla cupola più grande. Di contro l’assetto tipicamente basilicale appare affidato ad un presbiterio ridotto, evidenziato solo dall’ampiezza dell’abside centrale. Si rifletta anche sul fatto che gli elementi superstiti della decorazione interna sono legate strettamente al mondo musulmano. Non mancano, a detta del Bottari, anche influssi nordici. Essi si ravviserebbero in alcune soluzioni architettoniche che innanzi tutto coinvolgono il prospetto principale. Si tratta dell’inclusione del nartece tra due torri 18)G. Bellafiore 1990, pag. 101, elemento presente anche in altre chiese dell’isola, quali S. Giovanni dei Lebbrosi e il duomo di Palermo, nella cattedrale di Mazara, nelle cattedrali di Cefalù e Monreale. In secondo luogo devono essere prese in considerazione anche le proporzioni slanciate delle strutture, accentuate, all’esterno, dalla presenza degli archetti gotici su esili lesene. Anche la presenza del coronamento merlato richiama, sempre in Sicilia, edifici costruiti per volontà di vescovi di origine settentrionale, come la già citata cattedrale di Mazara e il duomo di Palermo 19)Bottari 1939, pag. 26. Le proporzioni slanciate e il conseguente verticalismo sono, senza dubbio, accentuate dall’abside centrale, poligona e alta rispetto alle due laterali. Anche questa soluzione, secondo il Bottari, non è tipica del mondo orientale ed è dettata dalla volontà di non ispessire tanto i muri absidali da renderli tozzi, ma di sovraccaricarli al fine di sostenere la spinta esterna del catino dell’abside 20)Bottari 1939, pag. 27-28. Bottari, aveva notato anche una differenza sostanziale tra il fianco settentrionale e il resto dell’edificio. Soprattutto la porzione di nord-est, vicina all’abside, presenterebbe una soluzione di continuità, quasi un punto di giunzione tra le presunte strutture più antiche e quelle più recenti della chiesa. Per tale motivo lo studioso volle vedere nel versante settentrionale quanto rimaneva dell’originaria struttura voluta dall’abate Gerasimo e nella superficie rimanente l’intervento voluto da Teostericto attraverso il protomaestro Girardo 21)Bottari 1939, pag. 25. Sebbene non sia l’unica chiave di lettura possibile, certamente l’edificio sacro di Agrò è il frutto di un sincretismo culturale tipico del regno normanno di Sicilia ed è anche punto di arrivo di una tradizione per buona parte matura.

Bibliografia –

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1. R. Pirri 1733, pp. 1253-54
2. M. Scaduto 1947, pag. 149
3. M. Scaduto 1947, pag. 150
4. M. Scaduto 1947, pag. 150
5. Piacentini 1757, pp. 129 e seg.
6. A. Salinas 1885, pp. 86-90
7. S. Bottari 1939, pag. 24
8. M. Scaduto 1947, pag. 150
9. R. Pirri 1733, pag. 1258
10. Bottari 1939, pag. 20
11. Bottari 1939, pag. 20
12. Bottari 1939, pp. 21-22
13. Bottari 1939, pp. 19-20
14. C. E. Nicklies 1992, pag. 19
15. C. E. Nicklies 1992, pag. 24
16. singlepic id=425 w=100 h=200 float=left
17. G. Bellafiore 1990, pag. 101
18. G. Bellafiore 1990, pag. 101
19. Bottari 1939, pag. 26
20. Bottari 1939, pag. 27-28
21. Bottari 1939, pag. 25
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