Monastero di San Filippo di Demenna

×Details

Monachesimo basiliano nella Sicilia medievale: il monastero di San Filippo di Demenna o Fragala’

Sessioni fotografiche – 2004/2005 (Nikon Coolpix 995)

Rapporti ambientali – Il monastero sorge su di un colle a circa 600 m. s.l.m., tra gli abitati di Frazzanò e Longi, lungo la fiumara di Mile.

demenna-12Descrizione storica – Le origini storiche del monastero di San Filippo di Demenna sono ben documentate. La fondazione risale al 1090, secondo la volontà del Conte Ruggero. La data si desume da un diploma del 1145, emanato da Ruggero II e nel quale si ricordano, elencandoli, tutti i privilegi concessi al monastero sin dall’edificazione 1)Bottari 1939, pag. 9 2)R. Pirri 1733, pag. 1027. Conferma la data di (ri)fondazione anche quel singolare documento che è il cosiddetto testamento (tipikon) del primo abate, Gregorio 3)Spata 1862, pag. 197, 211-213 4)S. Cusa 1868-1881, pag. 396-402 5)Cozza Luzzi 1890, pp. 35-39 . Nel testo greco esplicitamente si afferma che l’abate Gregorio solo con l’aiuto del Conte Ruggero era stato in grado di costruire o, meglio, ricostruire la chiesa, la torre e gli altri edifici necessari al monastero. E’ probabile che il cenobio fosse di origine bizantina, probabilmente dedicato a S. Nicola. Si sarebbe trattato di un “eucterion” 6)S. Pirrotti 2008, pag. 14 7)Vera von Falkenhausen 2005, pp. 147-148, presumibilmente una struttura monastica locale a conduzione familiare 8)Vera von Falkenhausen 1994, pag. 41, radicata nel territorio attraverso più o meno numerosi possedimenti terrieri, che assicurarono la sopravvivenza, seppur precaria, del monastero durante la dominazione musulmana. La ricostruzione del monastero fu accompagnata anche da larghe concessioni, che avevano lo scopo di rendere il complesso sacro del tutto indipendente in campo economico. Ruggero, infatti, non solo rendeva il cenobio e i relativi possedimenti esente dal controllo di vescovi e arcivescovi 9)G. Spata 1862, XIV, pag. 245 e seg. 10)S. Cusa 1868-81, pag. 383, ma anche donava appezzamenti di terra molto ampi, che arrivavano a comprendere buona parte della regione etnea settentrionale e che erano governati attraverso una rete di metochi, vale a dire monasteri più piccoli, spesso decaduti, incapaci di autogovernarsi perché privi di risorse e conseguentemente legati in ambito amministrativo e religioso ad un monastero più ampio ed economicamente solido 11)M. Scaduto 1947, pag. 105. Fra i più importanti metochi legati al S. Filippo, tutti posti nel Val Demone e oggi per buona parte scomparsi, si ricordano S. Talleleo, S. Ippolito, S. Barbaro, S. Teodoro, S. Nicolò di Paleocastro, S. Maria della Gulla, S. Pietro di Galati. Almeno una parte di questi monasteri, un tempo probabilmente indipendenti, doveva essere preesistente alla dominazione normanna. E’ il caso di S. Talleleo, che venne restaurato, se non del tutto ricostruito, da Gregorio 12)G. Spata 1862, I, pag, 163 13)S. Cusa 1868-91, I, pag. 385 . Quella dell’abate fu una vera e propria opera di recupero edilizio che interessò molti luoghi del Valdemone. L’elenco si trova sempre nel tipikon. Vennero edificate o ristrutturate la vicina chiesa dell’Arcangelo Michele, quella di S. Giovanni Battista, le chiese della Madre di Dio, dell’apostolo Pietro, dei Santi Filadelfi,, un’altra chiesa della Madre di Dio costruita anni prima dal condottiero bizantino Maniace, altre due chiese dedicate l’una all’apostolo Pietro, l’altra all’apostolo Marco 14)G. Spata 1862, n. VI, pag. 197 . Ai giorni nostri identificare queste fondazioni risulta poco agevole. In alcuni casi si tratta di piccoli monasteri ormai del tutto scomparsi, come nel caso del metochio dell’Arcangelo Gabriele o del San Giovanni Battista 15)M. Scaduto 1982, pag. 107. Riguardo, invece, alla prima chiesa della Madre di Dio, dai diplomi inerenti il monastero di S. Filippo si desumono due monasteri con nome simile, il metochio dedicato a S. Maria della Gullia 16)G. Spata 1862, X, pag. 229 17)S. Cusa 1868-81, I pag. 407 18)E. Caspar 1904, pag. 487 e quello di Santa Maria di Frigano o Frazzanò 19)R. Pirri 1733, pag. 1235 20)G. Silvestri 1887, pag. 145 e seg.. Dei due è probabile che l’abate Gregorio alludesse al secondo, se non altro per la vicinanza del complesso religioso alla casa madre 21)M. Scaduto 1947, pag. 108. Riguardo al secondo monastero dedicato alla Madre di Dio, quello, per inciso, edificato da Maniace durante l’impresa di riconquista della Sicilia avvenuta tra il 1038 e il 1040 d.C., è ormai consolidato identificarlo con il medesimo complesso sacro riedificato nel 1174 dalla regina Margherita, vedova di Guglielmo I, e affidato ai benedettini provenienti da Monreale 22)L.T. White 1938, pag. 145 e seg.. Degli altri metochi si hanno notizie superficiali. Delle due chiese di S. Pietro, una potrebbe essere identificata con S. Pietro de Deca 23)R. Pirri 1733, pag. 1131 24)G. Spata 1862, pag. 169, nei pressi di S. Marco D’Alunzio, l’altra potrebbe trovare posto non lontano da Galati 25)G. Spata 1862, XIII, pag. 241 26)S. Cusa 1868-81, I, pag. 411. Di S. Talleleo, che compare più volte all’interno del tabulario del S. Filippo di Demenna 27)G. Spata 1862, I, pag. 163 28)S. Cusa 1868-81, I, pag. 385, non vi è certa identificazione ed ubicazione. Simile destino per il monastero dei SS. Cosma e Damiano, del quale si hanno notizie tardive risalenti al 1310, anno durante il quale l’archimandrita del SS. Salvatore di Messina diede il vecchio metochio in rovina in affitto a tale Arnaldo Villardita 29)Vat. Lat. 8201, f. 314. Si vuole, invece, identificare con S. Nicolò di Paleocastro il monastero di S. Nicolò de Rocca 30)Scaduto 1982, pag. 109 . Di S. Nicolò di Paleocastro vi è menzione in un diploma del 1094. Lo scritto ricorda che il complesso era dipendenza, insieme con il cenobio di S. Ippolito, del S. Filippo di Demenna 31)G. Spata 1862, III, pag. 179 32)S. Cusa 1868-81, I, pag. 389. Un altro atto del 1125 conferma il possesso delle terre di Limina, Castro e Storiano ai monaci di S. Nicolò di Paleocastro 33)G. Spata 1862, XVII, pag. 261-262 34)S. Cusa 1868-81, I, pag. 416. I due documenti, però, non sembrano sufficienti a confermare l’identificazione, poiché alcuni privilegi emessi in favore dell’archimandritato di Messina ricordano S. Nicolò di Paleocastro grangia di un altro monastero, il S. Nicola di Pellera 35)M. Scaduto 1982, pag. 110 e nota 151. Rimane, di conseguenza, la possibilità che il S. Nicolò de Rocca alle dipendenze del S. Filippo di Demenna fosse un altro monastero, del quale non si hanno più tracce. Meglio informati si è per il metochio di S. Barbaro di Demenna 36)M. Scaduto 1982, pag. 110 e nota 151. Il cenobio, sorto non lontano da Alcara li Fusi, era sopravvissuto, in stato di precarietà, alla dominazione musulmana. Aveva, in quel lasso di tempo, perso tutta la documentazione relativa ai possedimenti, che vennero reintegrati dal conte Ruggero 37)G. Spata 1862, VIII, pag. 215 38)Caspar, Roger II, Reg. n. 9, p. 480. Dal tabulario del S. Filippo di Frazzanò si apprende che S. Barbaro di Demenna era già dipendente dal S. Filippo a partire dal 1097 39)G. Silvestri 1887, pag. 153 40)G. Spata, n. XLI, 381 41)Caspar, Roger II, Reg. n. 191, p. 561, sebbene già nel 1136 fosse grangia dipendente direttamente dall’archimandritato di Messina 42)R. Pirri 1733, 1152 E 43)Caspar, Roger II, Reg. n. 95. La politica di Ruggero nei confronti del monachesimo greco appare evidente: egli promuoveva le rifondazioni dei monasteri, ne reintegrava e, in alcuni casi, allargava i possedimenti, ponendoli, comunque, sotto l’ala protettiva della corte di Palermo. Gli immediati successori di Ruggero proseguirono questa strategia. Certamente il monastero di S. Filippo di Demenna è esempio principe di tale politica religiosa e rappresenta a tutti gli effetti il primo tentativo da parte della corte normanna di Sicilia di riorganizzare gli istituti ecclesiastici sopravvissuti alla dominazione musulmana all’interno di una struttura gerarchica, che si concretizzerà in via definitiva durante il regno di Ruggero II e attraverso la fondazione del S. Salvatore di Messina. Anche dopo la morte di Ruggero I le donazioni a favore del S. Filippo di Frazzanò proseguono con continuità. Nel 1101 Adelaide, moglie del defunto conte, fa dono al cenobio di quattro servi e una vigna. Nel 1105 la stessa contessa permette ai monaci di costruire un mulino lungo il fiume Panaria. Si osservano donazioni anche per gli anni successivi, durante i quali più volte si riconfermano i possedimenti elencati nell’atto del 1097. Si data al 1112 l’ultimo atto emanato dalla contessa in favore di una chiesa del monastero, quella di S. Maria della Gullia. Il tabulario del S. Filippo conserva donazioni facenti capo anche a famiglie nobili dell’isola. Nel 1116 tale Eleazaro di Mallabret concede alla chiesa di S. Pietro di Galati un servo e appezzamenti di terra. Alcuni anni dopo, nel 1122, è il turno di Matteo di Creun di Mistretta, che, addirittura, cede il monastero di S. Anastasia di Mistretta, con i relativi possedimenti, al S. Filippo. L’atto di Matteo di Creun è l’ultimo nel quale vi è menzione dell’abate Gregorio, che dunque visse fino a tarda età, avendo così avuto la possibilità di cogliere, almeno in parte, i frutti di tante fatiche. Purtroppo l’opera riformatrice dell’abate non fu di lunga durata. Le fonti non informano sull’effettivo stato dei metochi negli anni precedenti e successivi alla morte di Gregorio. E’ noto, invece, lo stato di decadenza che l’archimandrita Luca osservava già a partire dal 1132. La rovina si constatava un po’ ovunque tra i monasteri e forse fu proprio questa situazione a spingere Ruggero II a intraprendere la seconda e ultima opera di riforma che interessò il monachesimo greco di Sicilia. Il tipikon dell’abate Gregorio si rivela una fonte storica di primaria importanza anche per comprendere in maniera più approfondita l’influsso che la regola studita ebbe sul monachesimo dell’isola. L’igumeno del S. Filippo chiarisce l’intenzione di applicare le regole monastiche dei Santi Padri, cioè del “grande Basilio e di S. Teodoro Studita”. Tale intenzione spiega il progressivo abbandono di molte norme monastiche da parte dei monaci, a causa della lunga crisi sopraggiunta con l’invasione musulmana. Gregorio, infatti, rende nota la necessità di ripristinare la regola dell’astinenza delle carni, esorta a rispettare i periodi di digiuno, rimette in onore la liturgia e lo studio delle sacre e divine scritture 44)M. Scaduto 1982, pag. 113-114. Infine elegge il futuro successore, che esorta affinché intraprenda un pellegrinaggio verso Palestina, auspicando che egli possa tornare entro tre anni, oltre i quali i monaci dovranno eleggere un altro successore.

Descrizione architettonica e topografica – Il monastero di San Filippo di Demenna sorge su di una collina, in posizione prominente e dominante rispetto al vicino abitato di Frazzanò. Visto in lontananza, il monastero restituisce l’immagine di un’antica fortezza. Dell’originario impianto bizantino pare esistano resti nei pressi dell’attuale chiesa normanna. Si distinguerebbe l’edificio sacro, di modeste dimensioni, composto da una navata che si conclude in un ridotto presbiterio con semplice abside ad emiciclo, ai lati del quale trovano posto due absidiole ricavate nello spessore murario 45)S. Pirrotti 2008, pag. 15 . La tecnica muraria pare sia costituita essenzialmente da laterizi. I dati archeologici restituiscono almeno una certezza. Il restauro normanno del S. Filippo di Demenna passa attraverso una completa rifondazione del complesso, lasciando ai margini le antiche strutture abbandonate in uno stato di progressiva rovina. Alcuni studiosi ritengono che questo modus operandi contraddistingua la maggior parte delle rifondazioni normanne di monasteri e chiese bizantine dell’isola 46)S. Pirrotti 2008, pag. 15. In realtà i dati non sono ancora sufficientemente completi. Le indagini archeologiche, infatti, sono limitate a pochi campioni. Nel caso, ad esempio, del monastero del S. Salvatore della Placa è possibile che le originarie strutture abbiano convissuto, in qualche modo restaurate e per un determinato periodo di tempo, con gli edifici della rifondazione normanna. Al contrario, il caso del S. Filippo di Demenna potrebbe, a suo modo, rappresentare un’eccezione. Nella mente di Ruggero prima e Adelasia dopo vi era l’intenzione di creare una sorta di proto-archimandritato con a capo il monastero di San Filippo a Frazzanò, il quale avrebbe necessitato di edifici di gran lunga più vasti e spaziosi rispetto all’originaria costruzione bizantina. Un procedimento simile verrà ripetuto ed ampliato con la fondazione del S. Salvatore di Messina e del relativo archimandritato. Degli edifici risultato della rifondazione, ai giorni nostri si possono distinguere un grande fabbricato costruito su tre livelli. Esso, circondando la chiesa per tre lati, restituisce nel livello inferiore locali utilizzati come refettorio e cucina; al primo piano, che rappresenta il piano di calpestio per la chiesa e l’antico chiostro (la cui conformazione originaria è scomparsa), si trovano stalle e magazzini. Il secondo e ultimo piano ospita le celle dei monaci, addossate al muro di cinta, secondo una soluzione edilizia che, secondo alcuni studiosi, richiamerebbe i canoni dell’edilizia monastica bizantina 47)S. Pirrotti 2008, pag. 24. La chiesa, recentemente restaurata, ha una caratteristica pianta a T, riscontrabile in altri edifici normanni quali S. Giovanni degli Eremiti e S. Niccolò la Latina di Sciacca. La costruzione presenta una pianta rettangolare, che si caratterizza per la presenza di un transetto fortemente aggettante dalle fiancate. Il transetto si conclude con tre absidi nettamente distinte all’esterno. L’abside centrale ha la larghezza dell’unica navata che caratterizza l’aula, al contrario le absidi laterali si aprono su due vani quadrati. L’ abside centrale, all’esterno, è impreziosita da lesene un tempo sormontate da archetti, oggi scomparsi. Le absidi laterali, invece, non presentano decorazioni a lesene, motivo per cui alcuni studiosi ritengono che esse siano state aggiunte al progetto iniziale della chiesa solo in un secondo momento 48)S. Pirrotti 2008, pag. 26. La decorazione a lesene ed archetti doveva presentarsi anche lungo le fiancate della chiesa. Della copertura originale dell’edificio oggi poco rimane. E’ possibile che un tempo essa fosse caratterizzata, all’interno, da volte a botte o a crociera e all’esterno in terrazze, così come oggi si può osservare presso la chiesa di S. Domenica di Castiglione o i SS. Pietro e Paolo di Agrò. Non è, invece, certo se la porzione centrale del transetto fosse coperta da cupola emisferica su tamburo. Dei numerosi affreschi, che un tempo impreziosivano l’interno della chiesa, oggi rimangono, frammentari, quelli dell’abside centrale e delle absidi laterali. Nel catino dell’abside centrale si conservano i resti di un Cristo inscritto in mandorla, al di sotto della quale si distingue il volto della Madonna circondata da angeli. Altri frammenti di affresco restituiscono teorie di santi, vescovi, apostoli. Si distinguerebbe anche la figura dell’abate Gregorio, posto nel transetto sinistro. Egli è raffigurato con la barba appuntita, reggente con la sinistra una croce e indossante un mantello. Un’iscrizione, che recita “nella tomba e nel corpo immacolato”, lascerebbe intendere che l’abate sia stato sepolto proprio nella chiesa del monastero 49)S. Pirrotti 2008, pag. 27 50)M. Falla Castelfranchi 1999, pag. 156. Frammentari resti di affreschi si possono osservare lungo le pareti laterali dell’unica navata. Si tratta, per quel che è possibile decifrare, di scene del Nuovo e Antico Testamento, secondo un modello che deriverebbe direttamente dalla Basilica Romana di S. Pietro. Lavori di restauro 51)le relazioni del restauro si trovano presso la Biblioteca Comunale di Palermo, ms. 5QqF 188 n. 13. Il manoscritto presenta disegni e foto risalenti all’ottobre del 1903, portati a compimento nei primi anni del XX secolo, hanno liberato la chiesa dalle superfetazioni barocche, nel tentativo di riportare l’edificio all’antica austerità normanna. I lavori hanno certamente permesso di riportare alla luce l’interessante ingresso laterale della chiesa, pregevole per la presenza di un arco ornato da decorazioni geometriche a forma di rombi e triangoli equilateri 52)S. Pirrotti 2008, pag. 28. In corrispondenza dello stipite destro si osserva anche un’iscrizione giunta integra fino ai giorni nostri, sebbene poco nota agli studiosi 53)S. Pirrotti 2008, pag. 29. La testimonianza scritta, che invocherebbe la protezione divina sull’abate e i confratelli, verrebbe datata al XII sec. d.C. e si tratterebbe dell’iscrizione graffita più antica presente sul muro di un monastero italogreco, almeno relativamente alla Sicilia. Infatti, la ben più nota iscrizione presso il portale di ingresso dei SS. Pietro e Paolo di Agrò sembrerebbe successiva, essendo stata realizzata solo 50 anni dopo 54)M. Scaduto 1982, pag. 150. Della torre campanaria menzionata nel tipikon dell’abate Gregorio, poco si può dire. E’ infatti possibile osservare una struttura turrita che affianca la chiesa. Tale edificio, però, è frutto di un intervento edilizio promosso nella seconda metà del Settecento 55)De Ciocchis 1836, pag. 440 56)S. Bottari 1939, pp. 12-13. Non è tuttavia impossibile che la nuova torre abbia semplicemente preso il posto di quella originaria, possibilmente inglobandone i resti. Il ricordo della torre presso il testamento dell’abate è importante anche perché conferma l’esistenza di strutture turrite nei monasteri basiliani dell’isola. Strutture che certamente avevano la duplice funzione di ospitare le campane o il “semantron” 57)M. Falla Castelfranchi 1999, pag. 154 58)Stichel 1971, pp. 213-228 e di ospitare vedette in situazioni di pericolo durante periodi di incertezza politica e sociale 59)S. Pirrotti 2008, pag. 28 60)A. Guillou 1965, pag. 358 e nota 16 61)Bottari 1948, pag. 16 . Purtroppo, tra tutti i monasteri medievali dell’isola nulla rimane o quasi delle originarie strutture turrite. Un’eccezione parrebbe essere il misero rudere presente ad est delle absidi della chiesa di S. Maria della Stella di Spanò, tra Randazzo e Adrano, complesso monastico cistercense databile alla seconda metà del XIII sec. d.C. 62)C. Filangeri 1995, pp. 13-56

Cronologia – 1090 (data di fondazione); 1866 (abbandono del monastero da parte dei monaci benedettini)

Bibliografia –

Bottari (1939), Chiese basiliane della Sicilia e della Calabria, Messina 1939.

Bottari (1948), L’architettura della Contea. Studi sulla prima architettura del periodo normanno nell’Italia meridionale e in Sicilia, in Siculorum Gymnasium 1, 1948, pp. 13-15.
E. Caspar (1904), Roger II. (1101 – 1154) und die Gründung der normannisch-sicilischen Monarchie, Innsbruck 1904.

Cozza Luzzi, Del testamento dell’abate fondatore di Demenna, in Archivio Storico Siciliano XV, 1890.

S. Cusa, I diplomi greci ed arabi di Sicilia pubblicati nel testo originale, tradotti ed illustrati da Salvatore Cusa, Palermo 1868-1882.

De Ciocchis (1836), Actae sacrae Regiae Visitationis, Palermo 1836.

V. von Falkenhausen (1994), L’Archimandritato del S. Salvatore in lingua phari di Messina e il monachesimo italo-greco nel regno normanno-svevo (secoli XI-XIII), in Messina. Il ritorno della memoria, Palermo 1994, pp. 41-52.

V. von Falkenhausen (2005), Le strane vicende di S. Barbaro di Demenna: diplomatica e storia, in Rivista di studi bizantini e neoellenici 42, 2005, pp. 137-151.

M. Falla Castelfranchi (1999), I modelli culturali di Ruggero I con particolare riferimento alla decorazione pittorica del monastero italo-greco di S. Filippo di Fragalà, in Ruggero I, Serlone e l’insediamento normanno in Sicilia: convegno internazionale di Studi promosso dall’Istituto Italiano dei Castelli – Sezione Sicilia, Troina 1999, pp. 153-178.

C. Filangeri (1979), Monasteri Basiliani di Sicilia, Messina 1979.

C. Filangeri (1995), La chiesa cistercense di S. Maria della Stella a Spanò (Randazzo), fra documenti scritti e documenti di pietra, in Archivio Storico Messinese vol. 69, 1995, pp. 13-56.

G. Fragale (1929), San Filippo di Fragalà, Palermo 1929.

A. Guillou (1962), Il monachesimo greco in Italia meridionale e in Sicilia nel Medioevo, in L’eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII, Atti della Seconda Settimana Internazionale di Studio, Milano 1962.

E. Kislinger, Un’iscrizione a graffito nel monastero S. Filippo di Fragalà (Messina), in Jahrbuch der Osterreichischen Byzanitnistik vol. 51.

J. Lafontaine-Dosogne (1993), Aspects de l’architecture monastique à Byzance du VIIIe au Xe siècle, in Revue bénédictine, 103, 1, 2, 1993, pp. 186-208.

G. Lanza Tommasi (1968), Castelli e monasteri siciliani, Sellerio, Palermo 1968.

R. Pirri (1733), Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, Palermo 1733.

S. Pirrotti (2008), Il monastero di San Filippo di Fragalà, secoli XI – XV : organizzazione dello spazio, attività produttive, rapporti con il potere, cultura, Palermo 2008.

A. Salinas (1887), Il monastero di S. Filippo di Fragalà, Archivio Storico Siciliano, XII 1887.

M. Scaduto (1947), Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, 1947.

G. Silvestri, Tabulario di S. Filippo di Fragalà e S. Maria di Maniaci, Società Siciliana Storia Patria, Palermo 1887.

G. Spata (1862), Le pergamene greche esistenti nel grande archivio di Palermo, Palermo 1862.

R. Stichel (1971), Jüdische Tradition in christlicher Liturgie : zur Geschichte des Semantrons, Paris 1971.

L.T. White jr (1938), Il monachesimo latino nella Sicilia normanna, Catania 1938 (rist. 1984).

Licenza Creative Commons
I testi sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported. Fotografie: Tutti i diritti riservati

References   [ + ]

1. Bottari 1939, pag. 9
2. R. Pirri 1733, pag. 1027
3. Spata 1862, pag. 197, 211-213
4. S. Cusa 1868-1881, pag. 396-402
5. Cozza Luzzi 1890, pp. 35-39
6. S. Pirrotti 2008, pag. 14
7. Vera von Falkenhausen 2005, pp. 147-148
8. Vera von Falkenhausen 1994, pag. 41
9. G. Spata 1862, XIV, pag. 245 e seg.
10. S. Cusa 1868-81, pag. 383
11. M. Scaduto 1947, pag. 105
12. G. Spata 1862, I, pag, 163
13. S. Cusa 1868-91, I, pag. 385
14. G. Spata 1862, n. VI, pag. 197
15. M. Scaduto 1982, pag. 107
16. G. Spata 1862, X, pag. 229
17. S. Cusa 1868-81, I pag. 407
18. E. Caspar 1904, pag. 487
19. R. Pirri 1733, pag. 1235
20. G. Silvestri 1887, pag. 145 e seg.
21. M. Scaduto 1947, pag. 108
22. L.T. White 1938, pag. 145 e seg.
23. R. Pirri 1733, pag. 1131
24. G. Spata 1862, pag. 169
25. G. Spata 1862, XIII, pag. 241
26. S. Cusa 1868-81, I, pag. 411
27. G. Spata 1862, I, pag. 163
28. S. Cusa 1868-81, I, pag. 385
29. Vat. Lat. 8201, f. 314
30. Scaduto 1982, pag. 109
31. G. Spata 1862, III, pag. 179
32. S. Cusa 1868-81, I, pag. 389
33. G. Spata 1862, XVII, pag. 261-262
34. S. Cusa 1868-81, I, pag. 416
35. M. Scaduto 1982, pag. 110 e nota 151
36. M. Scaduto 1982, pag. 110 e nota 151
37. G. Spata 1862, VIII, pag. 215
38. Caspar, Roger II, Reg. n. 9, p. 480
39. G. Silvestri 1887, pag. 153
40. G. Spata, n. XLI, 381
41. Caspar, Roger II, Reg. n. 191, p. 561
42. R. Pirri 1733, 1152 E
43. Caspar, Roger II, Reg. n. 95
44. M. Scaduto 1982, pag. 113-114
45. S. Pirrotti 2008, pag. 15
46. S. Pirrotti 2008, pag. 15
47. S. Pirrotti 2008, pag. 24
48. S. Pirrotti 2008, pag. 26
49. S. Pirrotti 2008, pag. 27
50. M. Falla Castelfranchi 1999, pag. 156
51. le relazioni del restauro si trovano presso la Biblioteca Comunale di Palermo, ms. 5QqF 188 n. 13. Il manoscritto presenta disegni e foto risalenti all’ottobre del 1903
52. S. Pirrotti 2008, pag. 28
53. S. Pirrotti 2008, pag. 29
54. M. Scaduto 1982, pag. 150
55. De Ciocchis 1836, pag. 440
56. S. Bottari 1939, pp. 12-13
57. M. Falla Castelfranchi 1999, pag. 154
58. Stichel 1971, pp. 213-228
59. S. Pirrotti 2008, pag. 28
60. A. Guillou 1965, pag. 358 e nota 16
61. Bottari 1948, pag. 16
62. C. Filangeri 1995, pp. 13-56
+Gallery
+Related
+Meta