Monte Castellaccio presso Gallodoro

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Rapporti ambientali – Monte Castellaccio presso Gallodoro è un rilievo (metri 501 s.l.m.) posto poco a sud-ovest dell’attuale abitato di Gallodoro, tra le due vallate scavate dal torrente Letojanni a sud e dai torrenti S. Filippo e Pietrabianca a nord. All’altura si accede attraverso uno stretto sentiero settentrionale. I restanti versanti sono ripidi e inaccessibili. La sommità si presenta scoscesa in direzione est ed estremamente pietrosa. Si rilevano tracce di antichi terrazzamenti.

Descrizione storica – Nei pressi di Gallodoro o, forse, sulla sommità di Monte Castellaccio sorgeva un monastero basiliano dedicato a S. Emilione, in rovina o del tutto scomparso alla metà del XVIII sec. 1)V. Amico 1855/56, vol. I, pag. 486; R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1000.   Il toponimo dell’abitato (in origine Bocena o Picena) rimanderebbe ad una frequentazione dei luoghi da parte di greci o indigeni successivamente ellenizzati; l’etimo richiamerebbe l’ipotetica presenza, secondo leggende locali, di miniere dalle quali si cavavano metalli preziosi (oro, argento). Le fonti storiche antiche e medievali sembrano tacere sull’esistenza di attività estrattive in questa zona di Sicilia 2)B. Baldanza, M. Triscari 1987, pp. 15-16  3)1. sull’argomento manca un’analisi sistematica e approfondita delle fonti. Si sospetta sia falso o interpolato il privilegio elargito da Ruggero II il 15 maggio del 1129 d.C. Nel documento il sovrano concede ai messinesi il diritto allo sfruttamento delle miniere esistenti e ancora da scoprire, fatta eccezione per quelle ricadenti in terre di regio dominio, tuttavia si è documentati sulla presenza di miniere a Taormina, Limina, Forza d’Agrò, Fiumedinisi, Alì, già a partire dal del XV sec. , con un’intensificarsi dell’attività estrattiva nei secoli XVII/XIX, anche attraverso considerevoli investimenti e importazione di manodopera straniera. Non si esclude, dunque, l’esistenza di miniere anche nella limitrofa zona di Gallodoro non solo in epoca moderna, ma anche durante l’evo antico e medio. Resti di epoca greco/romana parrebbero ritrovarsi nelle limitrofe contrade di “Quartara” e “Sant’Anna” , presso le quali pare siano state rinvenute sepolture e resti di edifici sacri non meglio identificati. E’ plausibile che nel medioevo Gallodoro condividesse i destini della limitrofa Taormina. In qualità di sito forte, con ogni probabilità sorto sulla sommità di monte Castellaccio, esso fu presumibilmente abbandonato poco prima che Taormina capitolasse nel 902 d. C. e successivamente nel 963 d.C. 4)M. Amari 1880/1881, vol. I, pag. 394. Ritornato alla cristianità durante la conquista normanna, è possibile che il piccolo agglomerato ricadesse sotto la sfera di influenza dell’archimandritato del SS. Salvatore di Messina attraverso il citato monastero di S. Emilione. Con il progressivo declino del monachesimo greco in Sicilia, il paese cadde nel novero dei municipi della vicina Taormina e successivamente venne governato direttamente o indirettamente dallo stratigoto di Messina. E’ questo, infatti, lo status giuridico di Gallodoro fino al 1632, anno in cui l’abitato venne acquistato da Francesco Reitano 5)V. Amico 1855/56, vol. I, pag. 486, primo marchese di Gallodoro, la cui famigla ebbe possesso del feudo fino al 1678. Tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII fu la famiglia Vigo, originaria di Genova, ad impossessarsi del titolo nobiliare e del paese. Nel 1760 era ancora signore di Gallodoro Giustiniano Vigo 6)V. Amico 1855/56, vol. I, pag. 486.

Descrizione topografica e architettonica – Si accede a Monte Castellaccio attraverso una trazzera che ha origine presso la limitrofa strada provinciale che transita limitrofa all’attuale cimitero di Gallodoro. La sommità del rilievo ha una forma ovale allungata e si presenta aspra, ai limiti dell’impraticabilità. A nord una casa colonica occupa uno dei pochi ampi terrazzamenti che caratterizzano l’altura. Non lontano dall’edificio, un singolare pozzo con copertura a calotta emisferica potrebbe tradire antiche origini. Proseguendo verso meridione si incrociano resti di terrazzamenti del tutto o quasi obliterati dai crolli ripetuti. Non si incontrano resti di altre strutture fino all’estremità meridionale del rilievo. Qui si incrociano i ruderii di almeno due edifici. Il primo, all’estremità meridionale, si conserva solo nei muri perimetrali. Si tratta di una chiesa, orientata nord-est/sud-ovest. L’edificio ha pianta rettangolare e abside quadrato orientato in direzione nord-ovest. L’area del presbiterio è impreziosita da modanature in pietra locale che lascerebbero intendere l’esistenza di gradini, oggi scomparsi. La tecnica edilizia si caratterizza per l’utilizzo di pietra locale, non sbozzata e legata da malta. Si distinguono in linea di massima le assise e in alcune parti dell’edificio esistono chiari rifacimenti dovuti a successive ristrutturazioni o adattamenti. Del tutto scomparso è il prospetto principale e la copertura, crollata e, presumibilmente, smantellata. Sulla datazione dell’edificio si rimane incerti, in assenza di indagini più approfondite. Una tradizione locale ritiene si tratti dei resti della chiesa di S. Leonardo, costruita dalla gente che abitava il Monte Castellaccio. Non è da escludere che si tratti dei resti di un eremo o, altresì, del monastero a rito greco dedicato a S. Emilione (in qualche modo rimaneggiato nel corso dei secoli e successivamente abbandonato). Qualche decina di metri a nord-est dell’edificio religioso è possibile distinguere la presenza di un secondo edificio conservato solo in pianta. Si tratta di una costruzione rettangolare di circa 10×5 metri, del quale è possibile riconoscere la presenza di due o più vani. La tecnica edilizia riutilizza il materiale reperibile sulla sommità del monte, pietra calcarenitica solo in alcuni casi sbozzata e legata insieme da malta. Non è semplice formulare ipotesi sulla destinazione di questa seconda struttura, che a prima vista parrebbe più antica rispetto alla limitrofa chiesa. Il rudere potrebbe essere parte integrante delle fortificazioni edificate dai bizantini tra IX e X sec. d.C. A tal proposito una tradizione locale racconta dell’esistenza, sul monte, di un’epigrafe, posta ai lati dell’ipotetico ingresso al forte e recante due date: 868 e 909 d.C., rispettivamente data di fondazione e abbandono del forte. Dell’epigrafe, ammesso sia mai esistita, oggi non si rileva più alcuna traccia. Una seconda tradizione locale vorrebbe che i ruderi di monte Castellaccio afferiscano ad un originario insediamento, successivamente abbandonato per l’asprezza dei luoghi e la mancanza d’acqua in favore di località più favorevoli alla vita e all’operosità dell’uomo, come i limitrofi abitati di Mongiuffi e Melia ai quali il monte è collegato tramite una trazzera che si dipana in direzione nord-ovest. Tuttavia i pochi resti materiali attualmente presenti vorrebbero lasciar credere alla presenza, in antichità, di un sito forte temporaneo e, successivamente, di un nucleo religioso rappresentato da una piccola chiesa e pochi vani residenziali. La conferma è direttamente offerta non solo dall’inospitalità del luogo, battuto dai venti per tutto l’anno, con temperature rigide in inverno e particolarmente calde d’estate. ma anche dalla infruttuosità del terreno e dalle frequenti frane, così come dimostrano i precari terrazzamenti oggi in buona parte distrutti.

Bibliografia –

M. Amari (1880/81), Biblioteca arabo-sicula, 2 vol., Torino- Roma, Loescher 1880-1881.

V. Amico (1855/56), Dizionario topografico della Sicilia, trad. da Gioacchino Di Marzo, 2 voll., Palermo 1855/56.

B. Baldanza, M. Triscari (1987), Le miniere dei Monti Peloritani, Biblioteca Dell’Archivio Storico Messinese, Vol. VIII, Analecta 2, Società Messinese di Storia Patria, Messina 1987.

R. Pirri (1733), Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, Palermo 1733.

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References   [ + ]

1. V. Amico 1855/56, vol. I, pag. 486; R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1000
2. B. Baldanza, M. Triscari 1987, pp. 15-16
3. 1. sull’argomento manca un’analisi sistematica e approfondita delle fonti. Si sospetta sia falso o interpolato il privilegio elargito da Ruggero II il 15 maggio del 1129 d.C. Nel documento il sovrano concede ai messinesi il diritto allo sfruttamento delle miniere esistenti e ancora da scoprire, fatta eccezione per quelle ricadenti in terre di regio dominio
4. M. Amari 1880/1881, vol. I, pag. 394
5. V. Amico 1855/56, vol. I, pag. 486
6. V. Amico 1855/56, vol. I, pag. 486
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