Palazzo dei Normanni o Palazzo Reale di Palermo

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Incastellamento normanno nella Sicilia medievale: Palazzo dei Normanni o Palazzo Reale di Palermo

Sessioni fotografiche – 2005/2006 (Nikon Coolpix 5700); Google Maps 2011/2012

Descrizione Storica – Il Palazzo dei Normanni o Palazzo Reale di Palermo è la massima espressione architettonica del Regno Normanno in Sicilia. La sua costruzione è legata alla volontà di Ruggero II. Subito dopo la conquista di Palermo, Ruggero I decise di stabilirsi nel cosidetto “castrum inferius”, mentre, nella parte superiore dell’abitato, la costruzione del “castrum superius” venne completata solo nel 1130. Nella descrizione di Edrisi, risalente al 1150 d.C., il palazzo/fortezza di Ruggero II possedeva caratteristiche simili ad una grande reggia 1)M. Amari 1880-81, vol. I, pag. 61. La cittadella era “costruita con blocchi di pietra d’intaglio, rivestita con tessere di mosaico; le linee sono armoniose, alte le torri, bel salde le bertesche e le garitte; palazzine e sale sono costruite alla perfezione e decorate con più estrosi motivi calligrafici e con stupende raffigurazioni…”. Nel 1160/1161 il Palazzo Reale fu vittima della cosiddetta “rivolta dei baroni”, durante la quale le sale della reggia vennero saccheggiate ed è probabile che l’edificio subisse anche danni strutturali forse a causa di incendi. Nel 1172 Beniamino di Tudela ricordava il “regal palazzo sontuosamente edificato dal re Guglielmo” 2)Patera 1980, pag. 91. Ibn Gyubair nel 1184 descriveva con ulteriori particolari il grande palazzo: “… Si passava per piazze, porte, cortili regi e vedevamo palazzi eccelsi, circhi ben disposti, giardini e sale destinati ai pubblici ufficiali, cose da abbagliare la vista e sbalordire le menti… fra le altre cose notammo un’aula in un ampio cortile circondato da un giardino e fiancheggiato da portici. L’aula occupa tutta la larghezza di codesto cortile, talchè restammo meravigliati a mirare la sua estensione, l’altezza dei suoi belvederi. Sapemmo che questo è il luogo ove suol mangiare il re col suo seguito. Di faccia stanno detti portici e gli uffici dove siedono i magistrati, i pubblici ufficiali e gli agenti di finanza…” 3)Patera 1980, pag. 92. Nel 1190 anche Falcando illustrava il grande edificio, ricordandolo “… costruito in opera quadrata con meravigliosa diligenza e ammirevole lavoro, circondato all’esterno da un’ampia cerchia di mura e mirabile all’interno per l’abbondanza e lo splendore delle gemme e dell’oro; da una parte ha la torre Pisana destinata alla custodia dei tesori, dall’altra la torre Greca che sovrasta quella parte della città che è detta Kemonia. Adorna poi la zona intermedia quella parte del palazzo che è denominata Joharia, la quale ha maggior quantità di ornamenti e che, risplendnete per la magnificienza delle più svariate decorazioni, il re era solito frequentare quando voleva abbandonarsi all’ozio e alla quiete. Da quella stessa parte, nello spazio restante, sono tutt’intorno diposte varie stanze destinate alle matrone, alle fanciulle e agli eunuchi che sono al servizio del re e della regina. E vi sono ancora altri appartamenti veramente splendidi per l’abbondante decorazione, nei quali il re o in gran segreto discute sullo stato del regno con i suoi intimi, o riceve i notabili per parlare dei pubblici e più importanti affari del regno. Nè conviene certo passare sotto silenzio quelle nobili officine aderenti al palazzo…” 4)Patera 1980, pp. 96-97.

Al 1194 si data il terribile saccheggio della reggia voluto da Enrico VI, il quale utilizzò cento muli per trasportare tutto l’oro e gli oggetti preziosi ritrovati all’interno. Dal 1198 al 1211 vi trascorse la fanciullezza e la prima giovinezza Federico II. Dopo la morte dell’imperatore, gli Angioini presero possesso della reggia, che nel 1269 risultava spogliata delle macchine da guerra 5)Registri della cancelleria angioina, vol. III, Napoli 1951, doc. 367, p. 60. Nel 1282, durante il Vespro, il popolo palermitan in rivolta espugnò, depredandolo ancora una volta, il palazzo. Durante la seconda metà del XIII sec. d.C. si ha la prima attestazione della cosiddetta “Sala Verde”, della cui consistenza, ampiezza e destinazione poco è dato sapere. Nel 1283 d.C. il Muntaner ricordava 6)V. Di Giovanni 1865, pag. 286 : “… Sindachi e Deputati, magnati e cavalieri si ragunarono nella gran Sala verde, dov’era stato eretto  un soglio per la reina e per altri per gli infanti, pe’ magnati e cavalieri; tutti gli altri indistintamente si assisero per terra, dove erano stati distesi arazzi”. Prima della metà del XIV sec. la grande sala minacciava rovina. Un documento del 1340 si rivolgeva a Re Pietro II affinchè intervenisse, riparando i guasti dovuti ad un rovinoso crollo che coinvolgeva anche ambienti limitrofi 7)V. Di Giovanni 1890, vol. I, pp. 375-376: “… vicesimo secundo die mensis octobris Intantis VIII indictionis una pars tecti dicte sale viridis quod a diu ruinam inesse veraciter pretendebat cecidit et ectiam due trabes ejusdem sale que erant Juxta trabes que de mandato benignitatis serenissimj regis clare memorie reveretissimi genitoris vestri fuerunt in eodem tecto de bnovo posite sunt propter dictum casum prostrate et (o ad) sale viridis locj Regij famosissimj per orbis climata divultgatj deformationem et suj tanti nominis detrimentum…”. Dai guasti la Sala venne riparata più volte durante il XIV secolo. Poco dopo gli interventi voluti da Re Pietro, un incendio, provocato dalle rivolte della fazione catalana, devastava nel 1348 ambienti limitrofi alla Sala Verde, che probabilmente venne intaccata dalle fiamme 8)V. Di Giovanni 1890, vol. I, pp. 377 . Fu Re Ludovico  a volere che si riparassero ancora una volta Sala Verde e Sacra Cappella, anch’essa vittima del fuoco. Per il ripristino si incaricò tale Ughetto “de mediolano” e l’Universitas palermitana chiese che il denaro per il restauro venisse trovato dalla confisca dei beni dei colpevoli 9)V. Di Giovanni 1890, vol. I, pp. 377. Quello di Re Ludovico sembra fosse l’ultimo concreto intervento volto al restauro del grande Palazzo. Progressivamente la Reggia si spopolò o non suscitò più particolare interesse e per motivi logistici e di sicurezza ad essa si preferì il Castellammare. Il lento abbandono dovette avvenire a partire dagli inizi del XV sec., periodo in  cui Palazzo Regio e strutture limitrofe venivano utilizzati come cava da cui trarre materiale edilizio. Tra il 1445 e il 1456 si datano alcuni documenti conservati nei Registri della Conservatoria del Real Patrimonio, nei quali si stabilivano concessioni in relazione a “… la vindicioni di la petra di la sala viriti di lu palazzu di la dicta chitati…” 10)V. Di Giovanni 1890, vol. I, pp. 378. Nel 1447 pietre vennero cavate e concesse ai monaci Carmelitani per la costruzione del monastero di S. Antonio e nel 1468 un cospicuo quantitativo di materiale fu usato per il cimitero dell’Ospedale 11)P. Cannizzaro, De Relig. Pan., p. 327. Nel 1528, causa le numerose spoliazioni, era possibile vedere la Cappella Palatina tra le rovine del palazzo 12)V. Di Giovanni 1890, vol. I, pp. 379. Nonostante la pressocchè totale devastazione e la cimatura delle torri nel 1537, il Palazzo Reale non rimase disabitato, ma fu sede del Tribunale della Santa Inquisizione tra il 1513 e il 1553. Nel 1549 fu Fazello ad offrire descrizione di ciò che rimaneva del Palazzo Reale. Lo storico si soffermò particolarmente sulla Sala Verde: “… Ante arcem ipsam atrium erat, vernacule Sala olim, sed aetate mea Sala viridis dictum, amplum, spatiosum, quod ad ludos, spectaculaque edenda, ac Regis conciones ad populum habendas theatri usum praebebat, locus et pario lapide constratus, et muro circumseptus, quem a meridionali latere per tot annorum quadratorum, ingentiumque saxorum compagine ab imo ad summum usque procedente perstantem, nec vetustate collabentem, neque ruinam ullam minantem, sed integrum plane, et vetustatis Panormitanae insigne tota urbe adminandumque vestigium, ad Nova Urbis propugnacula extruenda imprudentes Regis e Urbis ministri anno 1549 funditus sunt demoliti: quasi Panormus tam intra, quam et extra moenia lapicidinas passim, aut non satis ingentes, aut minus comodas et ad caedendum difficile haberet, qua inopia id excursari possit. Ipsa vero atrii area pascuis, aratroque mea etiam num memoria relicta; in cujus rudera, tabulasque marmoreas agricolae rastris frequenter illidebant; tandem anno sal. 1554 in novam planitiem cylindro, sabuloque aequatam, relicta…” 13)T. Fazello, De Rebus Siculis, I, L, VIII, pag. 330 14)T. Fazello 1574, trad. it. a cura di R. Fiorentino, pp. 246-247 . Fazello criticava la decisione di utilizzare parte della muratura del Palazzo per edificare i nuovi baluardi e i bastioni da porre a difesa della città contro i turchi, in quel periodo minaccia apparentemente incombente.

Fotografie – 2005/2006 15)nggallery id=97

Dopo il 1553 dal Castellammare si trasferirono all’interno del Palazzo i vicerè e in quegli anni vennero iniziative che modificarono radicalmente l’aspetto originario del complesso. Il vicerè de Vega demolì la torre detta “Rossa” 16)V. Di Giovanni 1890, vol. II, pag. 404 17)Bibl. Com. Pal., ms Qq. E 29, Notamenti copiati dall’Auria nel 1669. il Duca di Medinaceli, poco dopo, allestì o ristrutturò la sala maggiore del Palazzo (la Sala Verde ?). Fino alla fine del XVI sec. si registrarono altre sistemazioni volte a modificare e ad aggiungere stanze per le nuove esigenze del tempo e per ospitare una corte sempre più mumerosa. Alla metà del XVI sec. sono noti alcuni interventi voluti dall’allora Vicerè Garzia di Toledo, il quale ordinò, fra i tanti lavori, che si sistemassero soprattutto i vani  intorno alla chiesa e si costruissero o si ampliassero le stalle 18)V. Di Giovanni 1890, vol. II, pp. 406-408 19)Bibl. Com. di Palermo, vol. misc. Qq., E, 16 .  Gli interventi proseguirono anche nel corso del XVII sec. Il Duca di Maqueda fece edificare un grande cortile colonnato (oggi fulcro dell’intero complesso) e un grande ambiente definito la “Galleria” 20)Castelli medievali di Sicilia 2000, pag. 343. Sulla costruzione del cortile colonnato  don Bernardo Riera, nella storia “de Regno Siciliae”, manoscritto inedito, fornì diretta testimonianza: “…Hodie toto palatio transformato ascensus diversus est, et pleraque vetusta deformata… Sub Rogerio quandoquidem palatium longe majus erat et pluribus laribus tunc inhabitatum quomodo sit, aream enim habebat intra sui septae quae Sala viridis dicebatur, nunc in planitiem ante fores palatii conversa, et dum haec scribimus prorex dux maquedentis bernardinus cardines triplici peristilio illud ornavit, omnibus priscis aedificiis ac turribus dirutis ut quasi novum videatur praeter templum descriptum…” 21)Don Bernardo Riera, De Regno Siciliae, ms. segn. VII. H, 5, 6. Nel medesimo periodo si decise che il Palazzo fosse anche la sede principale per i giudici e i presidenti della Gran Corte Civile e Criminale 22)V. Di Giovanni 1890, vol. II, pp. 404-405. Durante la seconda metà del XVIII, sotto il regno di Carlo III di Borbone, si edifciò la “Scala Rossa”, una scala monumentale posta presso il cortile colonnato del Duca di Maqueda, e si abbellirono alcuni vani 23)Villabianca, Palermo d’oggigiorno, vol. II, pag. 10 24)Castelli medievali di Sicilia 2000, pag. 343. Alla fine del XVIII secolo, subito dopo la conquista di Napoli da parte dei francesi di Napoleone, i sovrani, fuggiti dalla Campania, si rifugiarono a Palermo, stabilendosi presso il Palazzo Reale, riarredandolo. In occasione dei moti rivoluzionari del 1848 vennero abbattuti dal popolo in tumulto i bastioni Santa Maria e San Michele. Certamente anche il palazzo ebbe a patire danni che vennero riparati già due anni dopo il fallimento dei moti. Entro la prima metà del XX secolo ebbero inizio importanti restauri volti a rispristinare l’originario impianto normanno. I restauri furono diretti dall’architetto Valenti e proseguiti dal Guiotto. Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ebbero inizio (1946) i primi saggi archeologici volti a comprendere l’eventuali preesistenze al palazzo. Le indagini interessarono il cortile Maqueda. Si scavò fino ad una profondità di otto metri e vennero scoperte strutture risalenti ad epoca musulmana. Si ritenne si potresse trattare dell’antico palazzo di età araba. Indagini più approfondite ebbero inizio nel 1984 e interessarono la parte del palazzo interessata dalla cosiddetta sala del duca di Montalto. Vennero alla luce resti di mura urbiche risalenti al V sec. a.C. caratterizzate da una porta di accesso fancheggiata da due torri. Si rinvennero anche resti di una seconda cinta muraria risalente al IV-III sec. a.C. 25)R. Camerata Scovazzo 1990.

Descrizione architettonica e topografica – Il palazzo dei Normanni o Palazzo Reale di Palermo era il “castrum superius” o “palatium novum” della città, contrapposto al “palatium vetus” o “castrum inferius” del Castellammare, di cui oggi rimangono pochi ruderi. Il castrum superius venne edificato su un luogo prominente a dominio sulla Paleopolis. Da questo luogo la mole del maniero primeggiava in un modo oggi non più comprensibile a causa dei profondi mutamenti che la città di Palermo ha subito nei secoli. Attualmente il Palazzo Reale è il risultato di un’aggregazione di strutture avvenuta lentamente nel tempo. L’impianto originario probabilmente poggiava su ruderi preesistenti. E’ lecito supporre che nel medesimo luogo in epoca greca sorgesse un forte, successivamente trasformato in castrum dai romani e in kastron dai bizantini, occupato successivamente dai musulmani. Non è dato sapere quante trasformazioni quest’antica struttura abbia subito prima dello stravolgimento avvenuto per volontà degli Altavilla. Ruggero II fece innalzare un edificio maestoso, che nell’impianto originario comprendeva la centrale Cappella Palatina, la torre Pisana, la torre Gioaria, la torre Greca, quartieri per opifici e armigeri 26)AAVV, Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 346. Successivamente, Guglielmo I aggiunse la torre Chirimbi, che fu portata a termine da Guglielmo II 27)AAVV, Castelli medievali di Sicilia 2001, pag. 346. Alla fine del XII secolo d.C. si completarono anche mosaici e decorazioni, fra cui dipinti e stucchi. Sulla base di queste caratteristiche, l’aspetto medievale del palazzo doveva essere caratterizzato dalle quattro grandi torri, fra le quali trovavano posto i corpi di fabbrica a vocazione residenziale. Da un ingresso non molto ampio e salvaguardato da garitte si accedeva a un percorso obbligato che conduceva alla “Sala Verde”, forse l’Aula Regia ricordata dal Falcando, uno spazio adibito alla sosta temporanea di viaggiatori. Qui il re riceveva gli ospiti, gli ambasciatori e le alte personalità e sempre qui solevano tenersi i sontuosi banchetti ricordati nelle fonti. Sull’origine e destinazione d’uso della Sala Verde molto si è scritto anche sulla base della descrizione che offrì Fazello alla metà del XVI sec. Lo storico siciliano accostò la Sala ad un teatro: “theatri usum praebebat” 28)T. Fazello 1574, trad. it. a cura di R. Fiorentino, pp. 246-247. Seguendo questa affermazione, tra la fine del XVI e gli inizi del XVII sec. si ritenne che l’atrio/teatro descritto nell’Historia Sicula fosse quel che rimaneva dell’antico teatro romano di Palermo, inglobato nell’edificio normanno e riutilizzato come grande ambiente aperto per incontri diplomatici e, in generale, per spettacoli 29)V. Di Giovanni 1890, vol. I, pp. 381-383. Tuttavia si decise di riconsiderare l’affermazione del Fazello. Gli studiosi, tra la fine del XIX e gli inizi del XX sec., giudicarono il passo poco affidabile, poichè lo storico visitava la Sala in un periodo in cui l’ambiente era largamente in rovina, mutilato e lontano, nella forma, dall’aspetto originario perchè privo di copertura. Di conseguenza si ipotizzò che la Sala Verde fosse quel che rimaneva di una basilica romana, un ampio spazio coperto, un’aula ove si discutevano gli affari pubblici 30)V. Di Giovanni 1890, vol. I, pp. 384-385. Ridotta a rudere durante il medioevo, a seguito della costruzione del Palazzo Reale la basilica non venne abbattuta, ma integrata nel circuito murario. Ultimamente, sulla base dei precedenti studi e in mancanza di prove materiali, si è consolidata l’idea che Sala Verde sia stata una realizzazione medievale che ha inglobato, sfruttandone le peculiarità architettoniche, avanzi di un edificio più antico risalente ad epoca romana 31)M. Scarlata 1989, pag. 690. Oltrepassato questo ambiente nodale del palazzo, si incontrava la parte centrale della struttura, un’ampia corte, oggi scomparsa, sulla quale si affacciava la Cappella Palatina .

La Torre Pisana – Fra le parti superstiti dell’originario impianto medievale, merita particolare attenzione la Torre Pisana, unica, fra le grandi torri, a rimanere integra fino ai giorni nostri. Si tratta della torre mastra, del mastio, così ancora denominata nel XVI sec. 32)F. Maurici 1992, pag. 187 33)Archivio de la corona de Aragon, Real Patrimonio, Maestro Racional 2509. La Torre Pisana è un vero e proprio dongione a base quadrata di circa 19 metri per lato. L’edificio è caratterizzato dalla presenza, lungo i versanti sud e ovest, di due torrette, delle quali quella meridionale ospita la scala. Il corpo di fabbrica, in corrispondenza delle finestre del piano nobile, è scandito da incorniciature a doppio rincasso. La tecnica edilizia è composta da conci di pietra tufacea perfettamente squadrati e regolari nelle dimensioni. Il piano terra della torre si distingue per la presenza di un ambiente centrale coperto da volta a crociera. Questo vano, a pianta quadrata, è circondato da un ambulacro coperto da volta ogivale ed è illuminato da feritoie a doppio strombo poste lungo le pareti nord/ovest/sud . Il piano nobile replica le caratteristiche del piano inferiore: ad una camera centrale alta ben 15 metri e coperta sempre da volta a crociera corrispondono quattro corridoi perimetrali. L’ambulacro perimetrale, presente anche in alcuni grandi dongioni francesi e inglesi, svolgeva una funzione probabilmente difensiva 34)F. Maurici 1992, pag. 188 e, secondo studi relativamente recenti, è possibile che nei grandi castelli residenziali questi corridoi favorissero l’organizzazione di spettacoli teatrali e musicali 35)P. Heliot 1974, pag. 225 . Tuttavia sembra che, nel suo complesso, il Palazzo Reale si richiami maggiormente a modelli islamici non solo in relazione alla decorazione musiva, marmorea e ai soffitti lignei, ma anche all’organizzazione degli ambienti, alla presenza di ampi spazi porticati, di ampi vani al chiuso, all’accentuato geometrismo, visibile soprattutto nella massa parallelopipeda della superstite torre Pisana e nella decorazione dei prospetti 36)F. Maurici 1992, pag. 188.La torre Pisana nel 1790 ospitò il primo osservatorio astronomico di Palermo. L’edificio turrito venne trasformato in “specola” e le strutture vennero installate sul terrazzo del dongione, ove si ricavarono gli spazi per l’alloggiamento di tre cupole inizialmente di rame, negli anni 50 del XX secolo sostutie con altre in ferro, salvo poi risporstinarle nuovamente in rame perchè più leggere. L’osservatorio fu costruito per volontà di Ferdinando I di Borbone e primo direttore della struttura fu Giuseppe Piazzi che molto si impegnò per rendere l’istituto all’avanguardia. Egli acquistò attrezzature, per i tempi, modernissime, come il cerchio di Ramsden e l’equatoriale di Troughton. Ai giorni nostri l’Osservatorio è ancora in uso ed ospita anche il Museo della Specola, ove trovano posto le strumentazioni acquistate due secoli prima dal Piazzi.

La Gioaria – La torre Gioaria non è giunta integra ai giorni nostri tanto quanto la Pisana. Il piano inferiore della Gioaria ospita la “Sala degli Armigeri”, un vano centrale coperto da volta a crociera poggiante su quattro pilastri. Al piano superiore trova posto la “Sala dei Venti”, una sorta di cortile caratterizzato da quattro arcate sorrette da colonne e corsie laterali. Dalla “Sala dei Venti” in direzione est si accede alla famosa “Sala di Ruggero”, ambiente con funzione di belvedere su Palermo e golfo. Si tratta di una delle sale più importanti del palazzo, poichè conserva l’originaria decorazione normanna, composta da zoccolo marmoreo, colonnine angolari e da un manto musivo che riveste pareti e volte. I mosaici non rappresentano figure tratte dalla religione cristiana, ma raffigurano motivi fitomorfi e zoomorfi provenienti da lontane tradizioni orientali, presumibilmente persiane. Tuttavia integrità e vividezza dei colori è anche frutto di restauri operati intorno alla metà del XIX secolo 37)Di Marzo 1858-59, vol. I, pag. 265, che hanno interessato anche i corpi turriti della Pisana e della Gioaria. Anche il cosiddetto corpo di fabbrica delle “Prigioni Politiche” conserva tracce di epoca medievale. Si tratta di un edificio a pianta poligonale disposto a “ventaglio”. I vani interni, tutti coperti a volta, presumibilment e, un tempo, ospitavano uffici amministrativi. Il prospetto esterno di questa fabbrica, un tempo formato da conci di pietra calcarea ben squadrati, è stato rimodulato a metà Ottocento nelle attuali forme neogotiche.

La Cappella Palatina – La Cappella Palatina era il baricentro dell’intero palazzo ed era direttamente collegata con gli appartamenti del Re. Si ritiene che l’edificio sia stato edificato prima del 1132 38)R. Pirro 1733, pag. 1356-1379, anno della consacrazione. I mosaici della cappella vennero ultimati nel 1143 d.C., data presente in un’iscrizione posta presso il tamburo della cupola 39)G. Bellafiore, pag. 145. La cappella ha pianta rettangolare orientata est-ovest. L’ingresso è preceduto da un nartece dal quale si accede direttamente all’aula tripartita da una doppia serie di quattro colonne. Quattro gradini separano l’aula dal presbiterio, coperto da una cupola emisferica su alto tamburo e concluso da tre absidi. La chiesa è impreziosita da cicli di mosaici realizzati da maestranze bizantine altamente specializzate, i quali adattarono il ciclo figurativo alle esigenze spaziali dettate dall’architettura di ispirazione fatimita 40)G. Bellafiore, pag. 146 41)Di Marzo 1858-59, vol. II, pp. 60-78. Il gusto decorativo islamico è presente nei pavimenti a mosaico, nella decorazione di quelle pareti escluse dai mosaici e soprattutto nei soffitti lignei che coprono le tre navate. Il soffitto della navata centrale è arricchito da alveolature a stella, all’interno delle quali si trovano scene di vita quotidiana, feste, lotte di animali, esempi decorativi giudicati in maniera unanime come il più alto esempio di pittura fatimita per la Sicilia medievale 42)Di Marzo 1858-59, vol. II, pp. 78-83. Al di sotto del presbiterio esiste un ampio vano a pianta rettangolare, interpretato come una cripta. Secondo gli studi più recenti è, invece, probabile che si tratti dei resti di una chiesa edificata precedentemente alla Cappella Palatina, dalla quale è stata successivamente inglobata 43)V. Zoric 2002, pp. 119 e seg..

I restauri del 1921/1938 – Giova ricordare che l’attuale aspetto del Palazzo Reale e, soprattutto, della Torre Pisana  è il risultato di restauri avvenuti durante il primo ventennio del XX sec. Nel 1921 l’architetto F. Valenti fu incaricato di effettuare delle indagini volte a scoprire le preesistenze normanne all’epoca nascoste da numerose superfetazioni 44)F. Valenti 1925, pag. 515 e seg. 45)M.C. Genovese 2006, pag. 39 . Sebbene esistesse un diffuso scetticismo iniziale, si scoprì che, nonostante i pesanti interventi di epoca spagnola, l’ “ossatura” originaria del Palazzo fosse ancora esistente 46)F. Valenti 1925, pag. 515. Si decise, quindi, di proseguire i lavori di restauro con lo scopo ben preciso di “ripulire”, isolare e riportare alla luce le “strutture arabo normanne”. Il lavoro del Valenti fu tutt’altro che semplice e, nonostante gli sforzi, fu di lunga durata. Agli inizi i lavori si concentrarono all’interno della Torre Pisana. Si ricomposero i resti di una scala originaria e si demolirono gli ammezzati creati per l’Osservatorio Astronomico. Si potè, quindi, ripristinare parte delle voumetrie originarie e si liberarono le volte a crociera, finalmente visibili 47)M.C. Genovese 2006, pag. 44. Curiosamente, il materiale impiegato per integrare i guasti del tempo proveniva non solo dalle locali cave, ma anche dalle demolizioni operate per la realizzazione della via Roma 48)M.C. Genovese 2006, pag. 45. Gli interventi che interessavano gli spazi interni permisero anche di riportare alla luce la “Sala dei Venti” e la “Sala degli Armigeri”, nascoste sotto gli intonaci voluti da Amedeo di Savoia 49)F. Valenti 1925, pag. 526. Valenti si premurò anche di recuperare le antiche volumetrie esterne del Palazzo. I prospetti erano appesantiti da intonaci in stile neogotico, la cui rimozione richiese sofrzi non indifferenti. Alla fine venne alla luce una massiccia tessitura muraria formata da grossi conci squadrati di pietra calcarea. Altri interventi ebbero luogo tra il 1927 e il 1928 e interessarono sempre la Torre Pisana e zone limitrofe. Le indagini sia appurarono l’inesattezza dei rivestimenti ottocenteschi in stile arabo normanno sia permisero di liberare un tratto di facciata esterna ad ovest, dalla quale emerse una decorazione a fasce similmente a quanto presente presso la Zisa e la Cuba 50)Relazione sull’opera svolta dal Marzo 1927 al Dicembre 1928 dalla Soprintendenza…, ACP, 5 Qq E 145 n. 14 (4). Dieci anni dopo, nel 1937, il cantiere di restauro non era ancora concluso e altri interventi reintegrarono una parte della muratura della facciata occidentale, che venne ricostruita sulla base di un avanzo di rincasso 51)M. Guiotto 1945, pag. 39 . Il reintegro si effettuò per mezzo di pietra tufacea non totalmente differente rispetto al colore originale. Gli interventi di restauro vennero interronti bruscamente nel 1938 a causa dell’imminente guerra. Il cantiere, durato per più di 15 anni, si rivelò fondamentale per comprendere l’architettura del palazzo, fino ad allora per buona parte sconosciuta. Valenti giudicò l’ex Palazzo Reale una vera miniera non del tutto esplorata 52)F. Valenti 1925, pag. 526. Dai dati ottenuti dal cantiere egli produsse anche una ricostruzione grafica, incentrata soprattutto sul prospetto originario, ormai scomparso 53)M.C. Genovese 2006, pag. 46. Valenti si avvalse degli accostamenti ad architetture coeve, là dove il dato materiale risultava fortemente deficitario, per la ricostruzione grafica dell’aspetto originario ed è probabile che egli utilizzasse, in cantiere, simile metodologia anche per gli interventi di ripristino.

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References   [ + ]

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