Santa Maria dell’Arco di Noto

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Il monachesimo cistercense nella Sicilia medievale, dalle origini al regime di commenda (XII/XV sec.d.C.)

– (1) Introduzione – (2) Monarchia normanna e origini del movimento cistercense in Sicilia (XII sec. d.C.) – (3) Federico II e il consolidamento cistercense sull’isola (XIII sec. d.C.) – (4) I Vespri Siciliani: i cistercensi tra angioini e aragonesi (XIII XIV sec. d.C.) – (5) Decadenza e impoverimento dell’ordine (XIV/ XV sec. d.C.) – (6) I monasteri: Santa Maria di Novara – (7) I monasteri: Santa Maria di Roccamadore – (8) I monasteri: Santa Maria di Roccadia – (9) I monasteri: Santa Maria della Stella di Spanò – (10) I monasteri: Santa Maria dell’Arco di Noto – (11) I monasteri: Santo Spirito di Palermo – (12) I monasteri: Santissima Trinità o Magione dei Teutonici di Palermo – (13) I monasteri: Santa Maria di Altofonte – (14) I monasteri: Santissima Trinità di Refesio – (15) I monasteri: la basilica del Murgo presso Agnone Bagni – (16) Conclusioni – (17) Bibliografia.

Il monastero di Santa Maria dell’Arco di Noto

Descrizione storica – S. Maria “de Arcu Neti” sembrerebbe l’unica abbazia edificata, secondo quanto si evince dalle fonti documentarie, durante il regno di Federico II. L’atto che attesta la fondazione è riportato per intero dal Mongitore 1)R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1311 e risulta essere una miniera di informazioni utili per ricostruire la consistenza patrimoniale di un complesso sacro, delle cui strutture originarie oggi non rimane praticamente nulla. La realizzazione del complesso religioso risale al 1212 ed è fortemente legata alla figura dell’allora signore di Noto, Isimbardo di Morengia, che donò ai cistercensi il feudo dell’Arco, secondo quanto rivela lo stesso atto di fondazione: “…S. Marie de Arco fundatum est, in territorio Neti, aliud locum, quod vocatur Bulfita, seu Bulphal…”. Si sottolinei che l’atto è giunto ai giorni nostri attraverso una copia, secondo quanto riferito dal Pirri: “ …Hujus diplomatis copiam nobis fecit Reverendissimus abbas S. Mariae de Arcu, D. Joannes Gisinus…”. Primo abate di S. Maria dell’Arco fu, come ricordato dal citato diploma, tale “Rodulphum”, proveniente forse da Ferrara o dal monastero di S. Maria di Novara di Sicilia. La mancanza di fonti storiografiche impedisce, tra l’altro, una corretta ricostruzione delle vicende del monastero almeno fino alla seconda metà del XIV sec. Nel 1371 è a capo del monastero frate ” Benedictus de Aquila”, incaricato dal pontefice di dirimere la causa di Vincenzo di Montealto, allora abate di Novara. Benedetto si distinse particolarmente per la dissolutezza dei costumi e per una amministrazione talmente disastrosa, da attirare l’attenzione di Manfredi Alagona, che di lì a poco lo destituì dall’incarico, favorendo così l’elezione di “Guillelmus de Minot” o “Ninot”, del quale si apprendono notizie più interessanti.

Mongitore ricorda che costui venne eletto a capo del monastero nel 1392, ma che in precedenza fu abate del monastero basiliano di S. Elia de Ambulo. Particolare interessante che mette in risalto i contatti tra le due forme di monachesimo, latino e greco, che ancora coesistevano nell’isola. Certamente il movimento basiliano alle soglie del XV sec. versava in una crisi talmente evidente da consentire che un abate di rito latino fosse a capo di un monastero a rito greco. Frate Guglielmo venne però trasferito per volontà del duca Martino al monastero di Altofonte e a S. Maria dell’Arco venne reintegrato l’ormai anziano Benedetto de Aquila 2)R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1313, la cui destituzione ad opera degli Alagona venne considerata illegale. Benedetto lamentava evidenti perdite nelle rendite del monastero, non reintegrate durante la reggenza di Guglielmo de Ninot 3)S. Fodale 1994, pag. 368. Passò comunque poco tempo perché la corona aragonese si rendesse conto dell’evidente incapacità di Benedetto nella conduzione del monastero. Costui, infatti, nonostante l’età ormai avanzata, riprese a perseverare nella strada della dissolutezza e si distinse a tal punto da meritare una seconda destituzione nel 1398. Egli venne sostituito o forse affiancato da “Joannes Melli” di Scilla 4)ASP, Canc. 33, f. 49r-v., che ricopri la carica di coadiuatore, coammnistratore e governatore del monastero. In realtà il Melle, essendo impossibilitato a riscuotere le rendite calabresi, causa l’opposizione di Nicolò Ruffo, ottenne risarcimento a titolo di commenda su altri redditi monastici siciliani. Relativamente a S. Maria dell’Arco egli ottenne la metà dei redditi, rimanendo l’altra metà in mano di Benedetto de Aquila, che si spegneva di lì a poco, nell’ottobre del 1398. L’incertezza delle nomine abbaziali divenne cronica anche per il monastero netino e re Martino decise che il complesso prolungasse ancora il regime di commenda ad appannaggio di un tale Giovanni de Monteforte 5)ASP, Proton., 12, f. 140r., in attesa della ufficiale nomina di un abate, che ovviamente tardò ad arrivare. Nel 1399 S. Maria de Arcu passò, sempre in regime di commenda, in mano di Giacomo, abate dei S. Felice e Fortunato di Venezia, uomo religioso particolarmente attivo nella politica del tempo 6)ACA, Canc. 2290, f. 116v.. Le rendite dell’abbazia continuavano inesorabilmente a diminuire, sia perché non v’era interesse a sorvegliare le rendite del monastero, sia perché pensioni dovute ad altri ecclesiastici assottigliavano le già magre entrate, sia perché si dovevano spendere ingenti somme per il restauro edilizio del complesso. Ma pare non vi fosse una reale intenzione di recuperare la decadenza del monastero, né per volontà della Corona, né per volontà ecclesiastica 7)ACA, Canc. 2298, f. 124r; ASP, Trib. R. Patrim., Lettere reali 2, ff. 34r-35r; Lettere reali 3, f. 18r-v.. Alla morte dell’abate Giacomo, nel 1406, il re affidò S. Maria de Arcu, ancora governata con regime di commenda, a Giovanni de Triest 8)ASP, Canc. 46, f. 177v., che non apportò alcuna reale riforma, avendo anche permesso che giurati della città di Noto mantenessero sotto sequestro alcune rendite dell’abbazia. Si impedì, in questo modo, che le necessarie riparazioni della chiesa proseguissero entro i tempi stabiliti.

Pare, inoltre, che per un periodo non ben definito il regime di commenda facesse capo sia al cardinale Maramaldo, la cui obbedienza era per Giovanni XXIII, sia al vescovo Giovanni obbediente a Benedetto XIII, seguendo la volontà di Ferdinando I d’Aragona. Ciò non fece altro che esaurire ancor più le già magre risorse di S. Maria dell’Arco. Solo dopo la riappacificazione tra Alfonso il Magnanimo e Martino V, il monastero netino ebbe, nell’anno 1429, un abate siciliano nella persona del catanese Andrea de Piscibus 9)ACA, Canc. 2815, ff. 64r, 102r-103r.. Nella generale incertezza delle fonti e contrariamente alla povertà in cui versava l’abbazia fin dal XIV sec. d.C., si può altresì affermare che l’atto di fondazione si mostra alquanto completo e dettagliato su tutti i beni, mobili e immobili, donati al complesso sacro. Si trattava di una ricchezza non indifferente, indirizzata principalmente allo sfruttamento agricolo/pastorale delle zone, quale l’utilizzo del bosco, la coltivazione della vite, l’allevamento degli ovini con la diretta produzione della lana proveniente dall’uso di mulini, come quello sito presso contrada “Munghisi” e metà mulino presso “Battinderi”, compreso di privilegio di “…piscaturam in flumine, cum omnibus juribus et rationibus suis spectantibus ad ispum…”. Altri possedimenti alquanto estesi, come l’ampio appezzamento di terreno definito “…integrum tenimentum Gaetani…”, confermavano l’importanza agricola rappresentata dal monastero in questa porzione sud-orientale della Sicilia. Inoltre il possesso del casale “Bulchalem”, sito in prossimità del mare, garantiva presumibilmente all’abbazia il necessario approvvigionamento di materie prime, fra cui non ultimo il sale utilizzato certamente per salare la produzione alimentare proveniente da pastorizia e allevamento, quest’ultimo presente lungo il feudo Canseria, ove si praticava soprattutto l’allevamento di maiali. Duole purtroppo ricordare la totale perdita del complesso architettonico facente capo al monastero dell’Arco, definitivamente obliterato dal terremoto del 1698. I monaci successivamente fondarono una nuova abbazia all’interno del nuovo abitato di Noto. Il nuovo monastero oggi trova posto lungo via Vicerè Speciale. L’architetto fu Rosario Gagliardi e i lavori ebbero inizio nel 1730 e proseguirono fino al 1749. Il prospetto si caratterizza per un timpano ad arco spezzato, sostenuto da due bellissime colonnine tortili, che poggiano su alti piedistalli. L’interno è ad unica navata e si conservano le reliquie del Beato Nicolò, figlio del conte Isimbardo Morengia.

Bibliografia –

V. Amico (1855/56), Dizionario topografico della Sicilia, trad. da Gioacchino Di Marzo, 2 voll., Palermo 1855/56.

S. Fodale, I cistercensi nella Sicilia medievale, in I Cistercensi nel Mezzogiorno Medievale, Atti del Convegno internazionale di studio in occasione del IX centenario della nascita di Bernardo di Clairvaux (Martano, Latiano, Lecce, 25-27 febbraio 1994).

R. Pirri (1733), Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, Palermo 1733. L.T. White jr (1938), Il monachesimo latino nella Sicilia normanna, Catania 1938 (rist. 1984

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References   [ + ]

1. R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1311
2. R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1313
3. S. Fodale 1994, pag. 368
4. ASP, Canc. 33, f. 49r-v.
5. ASP, Proton., 12, f. 140r.
6. ACA, Canc. 2290, f. 116v.
7. ACA, Canc. 2298, f. 124r; ASP, Trib. R. Patrim., Lettere reali 2, ff. 34r-35r; Lettere reali 3, f. 18r-v.
8. ASP, Canc. 46, f. 177v.
9. ACA, Canc. 2815, ff. 64r, 102r-103r.
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  • Monastero di Santa Maria dell'Arco di Noto, foto http://sudestsicilia.altervista.org
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