Santa Maria di Roccadia presso Lentini

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Il monachesimo cistercense nella Sicilia medievale, dalle origini al regime di commenda (XII/XV sec.d.C.)

– (1) Introduzione – (2) Monarchia normanna e origini del movimento cistercense in Sicilia (XII sec. d.C.) – (3) Federico II e il consolidamento cistercense sull’isola (XIII sec. d.C.) – (4) I Vespri Siciliani: i cistercensi tra angioini e aragonesi (XIII XIV sec. d.C.) – (5) Decadenza e impoverimento dell’ordine (XIV/ XV sec. d.C.) – (6) I monasteri: Santa Maria di Novara – (7) I monasteri: Santa Maria di Roccamadore – (8) I monasteri: Santa Maria di Roccadia – (9) I monasteri: Santa Maria della Stella di Spanò – (10) I monasteri: Santa Maria dell’Arco di Noto – (11) I monasteri: Santo Spirito di Palermo – (12) I monasteri: Santissima Trinità o Magione dei Teutonici di Palermo – (13) I monasteri: Santa Maria di Altofonte – (14) I monasteri: Santissima Trinità di Refesio – (15) I monasteri: la basilica del Murgo presso Agnone Bagni – (16) Conclusioni – (17) Bibliografia.

 

Santa Maria di Roccadia presso Lentini, foto di Stephen Tobin - © Certosa di Firenze

Santa Maria di Roccadia presso Lentini, foto di Stephen Tobin – © Certosa di Firenze

Descrizione storica (dalle origini al XV secolo) –  Rimane incerta la data di fondazione del monastero di Santa Maria di Roccadia presso Lentini. L’ipotesi che l’abbazia possa avere avuto i natali negli anni della conquista normanna dell’isola, intorno al 1070 d.C., e che il primo abate, Giovanni da Lentini, sia stato scelto proprio dal Conte Ruggero, è dal Pirri considerata pura invenzione, se non altro per incongruenza cronologica, giacché l’ordine cistercense risulta canonizzato non prima del 1098 d.C. 1)R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1306 Non è impossibile invece immaginare che l’istituto sacro sia stato effettivamente fondato durante il governo del conte Ruggero, probabilmente non prima della definitiva conquista dell’isola, ed amministrato da monaci di regola benedettina e solo successivamente, in data non precisata, affidato ad una congregazione cistercense. Purtroppo non rimane alcun documento a conferma di tale pensiero.
Il Manriquez ricorda il complesso come ascrivibile ad una filiazione dell’abazia di Sambucina, in Calabria. Pirri ritiene credibile, per quanto egli stesso affermi che si tratti solo di congetture, la notizia legando la fondazione con la venuta in Sicilia dell’abate di Sambucina Luca, inviato nell’isola come legato Pontificio da Innocenzo III 2)R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1306. Sarebbe dunque possibile che tale personalità, la quale ben presto eccelse in fama e importanza nel regno, promuovesse o fosse fautore della fondazione di Roccadia.
La lista degli abati di S. Maria di Roccadia ha il suo inizio con il citato Giovanni di Lentini, la cui collocazione cronologica sfugge ancora. Mugnos ricorda il nome del secondo abate, tale “Nivaldus Sclafano”, durante la reggenza del quale si ritiene che Federico II, già re di Sicilia, ma non ancora imperatore, abbia fatto atto di donazione al monastero di beni mobili e immobili, come debitamente ricordato in quell’unico documento superstite, che narra dei possedimenti dell’abbazia, databile circa al 1220 d.C. In effetti la formula riportata in quest’unico atto di epoca federiciana, tanto importante per la storia del monastero di Roccadia, non può lasciare spazio a molti dubbi, visto che l’autorità imperiale in tal modo recita: “ … Concedentes, donantes et confirmantes eidem Monasterio in perpetuum possessiones et omnia bona quae in praesenti tenet et possidet…”. Destinatario della conferma di tali proprietà e privilegi fu l’allora abate Antonius, come ricordato nell’atto stesso 3)R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1306-1308.
Riguardo, dunque, all’aspetto cronologico, in base ai pochi dati ricavabili dalle concessioni confermate da Federico II, si può dunque ben ipotizzare che il monastero fosse non solo preesistente al 1220, ma anche che probabilmente esistesse già durante la minore età e durante i primi anni di regno dello stesso Federico. Allo statto attuale delle ricerche si ritiene, di conseguenza, inutile andare oltre l’ipotesi espressa, sebbene non sia affatto improbabile che S. Maria di Roccadia abbia visto i natali durante il regno normanno.
Al 1262 risale un atto proveniente dalla cancelleria di Manfredi, forse uno dei pochi riguardanti la Sicilia. Nel documento si testimonia la necessità di riparare alla rovina, nella quale era caduto il complesso sacro di Roccadia. In questo caso, la formula e le modalità di riparazione espresse nell’atto meritano un accenno. Manfredi letteralmente ordinò a Umfredo Alemanno “Justitiario Vallisneti de nostro Regno Sicilia ultra Farum” nonché “Castellani Castri veteris nostra fidelis Civitatis Syracusarum, statim capta de eo possessione…” di “…tradere debes dictum Castrum, cum juritus et pertinentiis suis omnibus in manibus Joannis de Pedelepore…”. Da questa transizione di beni ne trasse vantaggio il monastero di Roccadia, giacché “…cuius introitus et arredamenta debita per dictum de Pedelepore infra annum convertere debes pro readificatione venerabilis Monasterii S. Maria de Roccadia de Ordine Cisterciensium…”. Si trattò forse di un’abile manovra finanziaria operata da Manfredi per riedificare il monastero senza che i costi gravassero direttamente sulle casse della corona, impegnata a respingere le mire rapaci di Carlo d’Angiò. In realtà non si conoscono del tutto le cause della distruzione del monastero, possibilmente ascrivibili a calamità naturale4)R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308.
Dei decenni della dominazione angioina poco o nulla proviene dalla superstite documentazione riguardante il monastero di Roccadia. Solo una notizia del Pirri, ripresa tra l’altro dal Mugnos, riguarda i primissimi anni del regno aragonese sull’isola: nel 1284 Pietro d’Aragona largheggia in concessioni e immunità per l’abbazia lentinese. Tre anni dopo, nel 1287, in una lettera papa Onorio IV nomina l’abate di Roccadia, tale Aloisio, al fine di dirimere una contesa territoriale tra il monastero di S. Maria la Scala e S. Maria in Valle di Giosafat presso Paternò 5)R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308.
Le condizioni economiche di S. Maria di Roccadia, alla fine del XIV sec. risultavano, comunemente a molti altri istituti sacri, critiche. Nel 1390 l’abate Antonio fu colpito da scomunica causa inadempienze fiscali da parte del monastero nei confronti della Camera apostolica 6)S. Fodale 1994, pag. 369. Ma già nel 1376 il predecessore di Antonio, frate Pietro, chiese un prestito all’abate di Roccamadore, Nicola di Perretta. Il debito ancora nel 1397 non risultava estinto e al fine di rientrare in possesso della somma concessa, una cifra non indifferente, ben undici onze d’oro, lo stesso Nicola pare fosse costretto a interpellare re Martino, il quale, contrariamente alle aspettative, rinviò l’esecuzione del debito7)S. Fodale 1994, pag. 369. L’aver partecipato alla ribellione di Raimondo Monacada, tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo, fu per l’abate di Roccadia Antonio un’altra mossa errata, le cui ripercussioni colpirono gravemente le rendite del monastero. Martino, per ritorsione, infatti privò Roccadia delle rendite della grangia di S. Maria de Catarractis, presso Ragusa, assegnandoli nel maggio del 1398 ad un prete di Lentini, vittima della ribellione. Solo al termine delle lotte e dopo la rioccupazione di Lentini, Martino si decise a restituire beni e rendite che il monastero possedeva nel paese 8)S. Fodale, Il clero, op. cit., pp. 98 e s..
Nel 1407 fu elevato a carica di abate del complesso lentinese “Joannes de Tharest”, sotto la reggenza del quale, almeno a detta del Pirri, “…Roccadiae fabricis auxit, ac vetustate collapsum restituit…” . Un brevissimo passo nel quale si apprende, per il monastero, della necessità di restauri agli inizi del XV sec., non tanto a causa di possibili eventi naturali disastrosi, quanto per l’antichità delle fabbriche, presumibilmente ancora quelle risalenti all’ultima ricostruzione del 1262/1263 9)R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308. A conferma della gravità della situazione, nel 1437 l’abbazia versava in stato di estrema povertà, tanto da non poter sostentare i frati e celebrare le funzioni religiose. Infatti al dissesto finanziario si era anche aggiunto il cattivo governo dell’abate Nicolò della Solfa, che venne prontamente accusato di alienazione e dissipazione dei beni del monastero10)S. Fodale 1994, pag. 370. Conseguentemente l’abate venne deposto e sottoposto ad un processo lungo ed estenuante dal quale ne uscì con un vitalizio di 5 onze d’oro annuali, pagate dal nuovo abate di Roccadia, frate Guglielmo de Sgarbo, che prontamente chiese l’annullamento di tale obbligo, anche in conseguenza delle finanze dell’abbazia, ormai al collasso 11)S. Fodale 1994, op. cit., pag. 370 12)ACA, Canc. 2829, ff. 126v-127r..
Fra gli ultimi abati del XV sec. si ricorda “Joannes de Girifalco”, del quale non conosciamo la data di elezione, sebbene il Mongitore si dilunghi alquanto in relazione ai suoi nobili natali e alla sua influente parentela a corte 13)R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308. Tra l’altro, lo storico ricorda che all’interno del monastero di Roccadia giaceva sepolto il fratello di Giovanni, tale Tommaso de Girifalco, secondo quanto ricordato da una iscrizione forse ancora visibile all’epoca del Mongitore, il quale ne riporta per intero l’iscrizione.
Prima del “regime di commenda”, l’ultimo abate a reggere il complesso sacro di Roccadia fu Romano Testa, eletto secondo volere regio nel 1451, per quanto tale scelta venne subito contestata dal pontefice, che in violazione della “legatia apostolica” elesse un tale Giovanni Aurispa. Ne nacque un contenzioso, per la cui risoluzione re Alfonso chiamò in causa gli abati di S. Nicola l’Arena e S. Maria di Nuovaluce, a sottolineare ancora una volta non solo la volontà regia di mantenere il controllo sul potere spirituale della chiesa sull’isola, ma anche ad evidenziare rapporti e giochi di potere che sussistevano tra monasteri non proprio limitrofi e di ordine religioso diverso. Non a caso la contesa si risolse con la piena riabilitazione, nel 1457, di Romano Testa, morto appena quattro anni dopo, nel 1461 14)R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308.

Topografia e architettura – la storia del monastero di Roccadia, così come è possibile ricostruirla attraverso le fonti documentarie giunte fino ai giorni nostri, è, in sostanza, uno spaccato della storia ecclesiastica siciliana, coinvolgente non solo l’ambito territoriale lentinese, ma anche quello catanese e messinese. Purtroppo all’interno di questa vicenda storica tanto articolata la perdita maggiore si deve registrare nella totale scomparsa delle fabbriche del complesso religioso a causa di una calamità naturale, ben registrata dalle cronache del tempo: il terremoto del 1693. Mongitore recita quasi un epitaffio sulla scomparsa del monastero: “… ex Terraemotu Coenobum solo aequatum; quare in Oppido Carleontinensi Monachi novum magnificis fabricis sunt moliti ad plagam septemtrionalem, intra ipsius Oppidi moenia…”. L’intero complesso venne, dunque trasferito all’interno dell’abitato di Carlentini, essendo impossibile ripristinare le antiche fabbriche 15)R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1310.  Sul luogo di fondazione dell’antico complesso si hanno alcune notizie sempre dal Pirri, “… situm olim id Monasterium sub S. Mariae de Roccadia titulo in Emporio Leontinensi, ejusque territorio ad tria milia pass ab Oppido…” 16)R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1306. Inoltre V. Amico offre una breve descrizione dei luoghi su cui insisteva il monastero, ricordando, tra l’altro, la presenza di vistosi ruderi, fra cui un’ampia sala circolare coperta da volta costolonata sorretta da pilastro centrale 17)V. Amico, vol. II, pp. 429 e seg.. Qualora il complesso fosse giunto intatto ai giorni nostri, pur con i diversi rifacimenti avvenuti nell’arco dei lunghi secoli di vita, sarebbe stato certamente un interessante esempio di architettura normanno/sveva. Bisogna comunque sottolineare l’assoluta assenza di ricerche in campo archeologico, che ovviamente avrebbero potuto, se non restituire una completa visione d’insieme delle antiche strutture, almeno definire meglio l’estensione del complesso, scandendo le diverse fasi edilizie ed evidenziando il rapporto che il monastero intratteneva con il territorio circostante.

Bibliografia –

V. Amico (1855/56), Dizionario topografico della Sicilia, trad. da Gioacchino Di Marzo, 2 voll., Palermo 1855/56.

S. Fodale, I cistercensi nella Sicilia medievale,  in I Cistercensi nel Mezzogiorno Medievale, Atti del Convegno internazionale di studio in occasione del IX centenario della nascita di Bernardo di Clairvaux (Martano, Latiano, Lecce, 25-27 febbraio 1994).

R. Pirri (1733), Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, Palermo 1733. L.T. White jr (1938), Il monachesimo latino nella Sicilia normanna, Catania 1938 (rist. 1984).

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References   [ + ]

1. R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1306
2. R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1306
3. R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1306-1308
4. R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308
5. R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308
6. S. Fodale 1994, pag. 369
7. S. Fodale 1994, pag. 369
8. S. Fodale, Il clero, op. cit., pp. 98 e s.
9. R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308
10. S. Fodale 1994, pag. 370
11. S. Fodale 1994, op. cit., pag. 370
12. ACA, Canc. 2829, ff. 126v-127r.
13. R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308
14. R. Pirri  1733, vol. II, pag. 1308
15. R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1310
16. R. Pirri 1733, vol. II, pag. 1306
17. V. Amico, vol. II, pp. 429 e seg.
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