Monarchia normanna e origini del movimento cistercense in Sicilia

Il monachesimo cistercense nella Sicilia medievale, dalle origini al regime di commenda (XII/XV sec.d.C.)

 

– (1) Introduzione – (2) Monarchia normanna e origini del movimento cistercense in Sicilia (XII sec. d.C.) – (3) Federico II e il consolidamento cistercense sull’isola (XIII sec. d.C.) – (4) I Vespri Siciliani: i cistercensi tra angioini e aragonesi (XIII XIV sec. d.C.) – (5) Decadenza e impoverimento dell’ordine (XIV/ XV sec. d.C.) – (6) I monasteri: Santa Maria di Novara – (7) I monasteri: Santa Maria di Roccamadore – (8) I monasteri: Santa Maria di Roccadia – (9) I monasteri: Santa Maria della Stella di Spanò – (10) I monasteri: Santa Maria dell’Arco di Noto – (11) I monasteri: Santo Spirito di Palermo – (12) I monasteri: Santissima Trinità o Magione dei Teutonici di Palermo – (13) I monasteri: Santa Maria di Altofonte – (14) I monasteri: Santissima Trinità di Refesio – (15) Conclusioni – (16) Bibliografia.

 

Monarchia normanna e origini del movimento cistercense in Sicilia

 

La nascita del movimento religioso cistercense sull’isola di Sicilia rimane ancora avvolta da fitto mistero. Si ignora sia la data effettiva del primo insediamento monastico nell’isola, sia il nome del relativo monastero. Secondo l’opinione più diffusa, l’arrivo dei primi cistercensi nel giovanissimo regno normanno unificato da Ruggero II dovrebbe ascriversi nel decennio compreso tra il 1130 e il 1140 d.C., cioè durante quegli anni che vedono la distensione diplomatica nei rapporti tra il re e Bernardo di Chiaravalle, il cui epistolario è certamente fecondo di utili notizie. Purtroppo la maggior parte delle lettere scritte da questo monaco, intellettuale intraprendente, risultano non databili o, comunque, scarsamente collocabili all’interno di un preciso arco cronologico.

In ogni caso il tempo ha tramandato sino ai giorni nostri solo quattro epistole relative alle relazioni diplomatiche tra Bernardo e Ruggero II. L’abboccamento tra queste due grandi personalità del medioevo sembra avvenire tramite un usuale mezzo diplomatico, il matrimonio. Il re è interessato a collocare la propria famiglia, fresca del fregio reale, all’interno delle più influenti famiglie europee e decide di adoperarsi per far sposare il figlio Ruggero con una Elisabetta, figlia dell’influente Teobaldo conte di Champagne. Sembra farsi in qualche modo  garante dell’unione Bernardo di Chiaravalle, il cui ruolo, però, non è possibile definire con esattezza, giacché l’unica fonte che narra del matrimonio, la lettera che all’interno dell’epistolario del monaco reca il fittizio numero 447, non si può certamente dire ricca di notizie. L’epistola è indirizzata all’abate di Altacomba [ T. Kolzer 1994, pag.  92 e seg.]  [H.-W. Klewitz 52 1934, pp. 236-251] [E. Duprè Theseider 1956, pp. 203-218.], un certo Amedeo, incaricato di inviare a Montpellier qualcuno in sostituzione di Bernardo, evidentemente impedito per motivi ignoti. Il compito di tale sostituto sarebbe stato quello di incontrare i messi del re Ruggero, giunti presso la medesima località e incaricati di condurre la figlia del conte di Champagne in sposa al principe Ruggero. In realtà parrebbe che tale incontro sia andato ben oltre il semplice incarico svolto dai messi e abbia celato, in maniera tra l’altro poco velata, relazioni diplomatiche, presumibilmente avviate già da tempo. Infatti Bernardo ricorda l’importante incarico di aggiungere un gruppo di fratelli ai diplomatici del re di ritorno in Sicilia, nonostante gli sia impossibile aggiungere la propria persona alla spedizione religiosa: “<<Fratres quidem parati erant, et abbatia ordinata; sed dominus Alfanus nuntius domini regis Siciliae dixit, quia rex non requirebat nisi duos fratres qui praecederent alios ad videndum locum>>”. Si ponga l’accento sulla locuzione “ad videndum locum” [S. Bernardii Opera vol. VIII, a cura di J. Leclerq e H. Rochais, 1977], che sottolinea effettivamente il carattere esplorativo di questa vera e propria spedizione. Anche i termini “abbatia ordinata” lasciano comunque intendere l’esistenza di precedenti relazione tra Bernardo e il re Ruggero. In sintesi, due monaci cistercensi inviati dall’abate di Chiaravalle nel Regno di Sicilia hanno l’incarico di visionare un luogo adatto ove fondare o rifondare un’abbazia  cistercense, presumibilmente prima fondazione dell’ordine presso il nuovo regno.

Si tratta di dati senza dubbio importanti, che purtroppo non sono supportati da una precisa collocazione cronologica dell’epistola, a più riprese datata, in linea di massima, tra il 1139 e il 1140. Inoltre le rimanenti tre epistole non contribuiscono affatto a risolvere la questione cronologica. La lettera num. 208, ricercata nella forma, denunzia l’impossibilità fisica di Bernardo a raggiungere  il re presso il regno. Infatti l’abate inviò alcuni discepoli, intesi letteralmente come gli occhi, il cuore e l’anima di Bernardo medesimo. Storicamente quale ruolo ebbero tali monaci? Difficile stabilirlo con esattezza. Forse dovettero integrare  o ingrandire una colonia già istallata sul regno, ovvero ebbero semplicemente il compito di fondare un monastero a seguito della precedente ricognizione. In qualsiasi caso Bernardo invita re Ruggero ad accoglierli: “…Suscipe illos tanquam advenas et peregrinos…”. L’epistola 208 sembrerebbe essere successiva alla lettera 447, secondo quanto affermato da alcuni studiosi[3].

Ragionamento diverso induce la missiva 209 dell’epistolario. Sembra, infatti, che questa lettera sia una credenziale utilizzata per accompagnare presso Ruggero II il monaco Brunone, amico caro di Bernardo, nonché fondatore storico dell’abbazia di Chiaravalle di Fiastra sul Chianti, nelle Marche, intorno al 1142[4]. Brunone venne inviato con il compito di fondare un monastero nel Regno di Sicilia? E’ una ipotesi possibile, sebbene da alcune parole della lettera si possa evincere che già Brunone era a capo di un’abbazia, presumibilmente proprio Fiastra: “…nunc autem patrem multarum quidem animarum laetantium in Christo…”. In quanto monastero di neofondazione, la Chiaravalle marchigiana difficilmente sarebbe stata in grado di fornire i mezzi sufficienti per favorire un’altra fondazione. Possibilmente, dunque, il compito di Brunone fu quello di compiere una ulteriore ricognizione, più approfondita, nei possedimenti di Ruggero II.

La quarta epistola scritta da Bernardo e indirizzata a re Ruggero, la num. 207, si prefigura nuovamente come una credenziale in favore, in questo caso, di un ignoto personaggio, presumibilmente un altro abate incaricato di prendersi cura di monaci abitanti una colonia[5], il nome della quale purtroppo si tace: “…Necessitas dico non sua, sed suorum, multorum videlicet a quibus missus est, servorum Dei fidelium…”. Bernardo chiede, con il solito fare adulatorio, al re di ascoltare pazientemente le richieste del messo. Richieste in favore di un gruppo di religiosi, che evidentemente formano un nucleo monasteriale. Ma a quale abbazia si vuole alludere? Forse Chiaravalle di Fiastra, ovvero la nuova fondazione su suolo regio? Purtroppo la vaghezza dei particolari, comune tra l’altro alle altre epistole, rende inservibile la lettera verso qualsiasi tentativo di identificazione di luoghi e tempi.

Dunque gli scritti di Bernardo servono a poco in relazione alla identificazione della prima fondazione sacra cistercense sul suolo del giovane regno di Sicilia. L. T. White, nel 1938, denunciava la mancanza di tangibili ricerche sulla problematica, sebbene, passando in rassegna tutte le ipotesi fino a quel momento formulate, giungesse ad escludere categoricamente tutte le possibili identificazioni basate semplicemente sulla tradizione e non avvalorate da documentazione. White, di conseguenza, escludeva categoricamente l’abbazia di  S. Maria presso Novara di Sicilia[6], che storici siciliani hanno più volte collocato intorno alla metà del XII sec.; al contrario lo storico mostrava preferenze per una fondazione calabra, S. Nicola presso Nicotera[7], ipotesi però non avvalorata dalla storiografia più recente, che pur rimanendo nella medesima regione, ha spostato il tiro, indirizzandolo verso S. Maria della Sambucina, in val di Crati presso Cosenza. Quest’ultima identificazione sembra avvalorata da un atto di donazione risalente al 18 maggio 1141, nel quale figura un conte Goffredo, nobile fondatore di Sambucina e noto già per la particolare devozione religiosa, come donatore del monastero in favore dell’ordine cistercense.

Risulta, dunque, ormai accettato che la prima fondazione dei monaci di S. Bernardo trovasse posto lontano dalla capitale del regno e occupasse le lontane plaghe della Val di Crati, in una posizione isolata, seguendo la tradizione cistercense. Focalizzando, invece, l’attenzione esclusivamente sulla regione siciliana, è possibile affermare, sulla base dei dati documentari, una presenza certa di questo ordine monastico fin dall’ultimo trentennio del XII sec.

In realtà risulta complesso stabilire l’esatta datazione della prima fondazione monastica sull’isola. Secondo tradizione, supportata inoltre dagli storici siciliani di metà del XVIII sec., l’abbazia di S. Maria di Novara sarebbe la prima comunità monastica cistercense a toccare il suolo siciliano. In relazione a ciò, R. Pirri riporta una notizia di un certo Gregorio Romano, il quale, riferendosi, a quanto pare, ad un tabulario all’epoca conservato presso l’abbazia di Chiaravalle, afferma che: “… S. Maria de Nugaria, Vulgo la Novara, diocesi messanensis in Sicilia juxta Oppidum Nugaria in Agro Traynensi non longe a Messana fundari caeptum Monasterium anno Domini 1137…”[8]. Nonostante lo storico ricordi la data del 1137, essa però non risulta supportata da alcuna fonte documentaria attualmente superstite e il Pirri, secondo una notizia riportata presso gli annali Cistercensi, propone il 1171 d.C. come più plausibile data di creazione del monastero di Novara[9]. Tale datazione e l’effettiva mancanza di un atto di fondazione che attesti la vetustità della fondazione novarese, esclude il monastero di S. Maria la Noara dal novero di quelle abbazie candidate a prima fondazione cistercense sull’isola. Tra l’altro gli storici tendono a considerare falsi anche i due diplomi afferenti al monastero di S. Maria di Roccadia, risalenti al 1120 e al 1150. Di tali atti, emanati  da Ruggero II,  si ha notizia solo per mezzo del Mugnos[10].

Conseguentemente alla scomparsa di importanti fonti documentarie, si è soliti considerare primo patrono dei cistercensi in Sicilia Matteo Bonello, il quale avrebbe promosso durante gli anni 1150-1160 presso Prizzi, nell’agrigentino, le due fondazioni di S. Angelo, come confermerebbe un privilegio di Guglielmo I risalente al 1161, e di S. Cristoforo, dipendente dall’abbazia calabrese di S. Stefano del Bosco[11]. La nascita di entrambi i monasteri potrebbe annoverarsi all’interno di iniziative promosse con il probabile scopo di ospitare gruppi di religiosi profughi dalla Terra Santa in seguito alle sconfitte inflitte ai crociati da Saladino durante gli anni della riconquista di Gerusalemme per opera dei musulmani[12]. La figura di Bonello parrebbe, inoltre, rientrare nel novero di quelle famiglie nobiliari che durante la seconda metà del XII secolo promossero effettivamente molte fondazioni cistercensi nel regno di Sicilia. All’interno di queste iniziative private la mano regia giungeva solo indirettamente. Ne possono essere un esempio evidente la calabrese abbazia di S. Maria di Corazzo, fondata da Ruggero de Marturano, il monastero della SS. Trinità di Refesio, ad opera di Ansaldo, cappellano del palazzo regio, ovvero S. Maria di Roccamadore, fondata per iniziativa di Bartolomeo de Lucy alla fine del XII sec. Solo alcuni esempi utili a comprendere come fin dall’inizio la monarchia normanna non fu promotrice di un’abile opera di edificazione, come nel caso dei basiliani in Sicilia, ma si limitò a creare un solco, ad aprire una strada facilmente percorribile dai monaci bianchi, complice  l’indispensabile collaborazione di S. Bernardo.

Si ritiene che i cistercensi nel regno nel regno normanno si sviluppassero comunque lentamente anche dopo la morte di Ruggero II[13]. Questo perché l’ordine non colonizzava un territorio vergine, ma arrivava ad inserirsi all’interno di un quadro ben più complesso, dove già altri movimenti monastici avevano coadiuvato la monarchia nel gravoso compito di cristianizzazione dell’isola, captando inevitabilmente attenzioni e privilegi[14]. Proprio l’ordine basiliano occupava una posizione di privilegio, complice il fatto che la maggioranza della popolazione cristiana in Sicilia professava ancora il rito greco.

A confermare tale tendenza vi sono i pochi documenti superstiti, afferenti ai regni di Guglielmo I e II. Il diploma di Guglielmo I legato alla fondazione di S. Angelo di Prizzi risalente al 1155 è il più antico atto regio della corte normanna in favore di un monastero cistercense siciliano, sebbene parrebbe non autentico e frutto di una rielaborazione sulla base di un modello autentico[15]. Si sottolinea che durante il breve regno del “Malo” vennero emanati ben undici diplomi in favore di altri monasteri a rito latino e greco. Alla luce di ciò, il peso del monachesimo cistercense sul regno normanno sembrerebbe effettivamente poco consistente, sebbene un leggero cambiamento di tendenza si possa già intravedere con Guglielmo II, sotto il regno del quale si contano circa sei diplomi emanati in favore dei monaci bianchi[16]. Fra questi documenti, in Sicilia non può essere ignorato l’atto relativo alle donazioni in favore del S. Spirito di Palermo, che il monarca prese sotto diretta protezione, elargendo notevoli concessioni territoriali ed economiche. Non a caso, pur durante il turbolento e sanguinario intermezzo di Enrico VI, si trovò lo spazio per fondare un nuovo monastero cistercense, S. Maria di Roccamadore, presso Messina. Infatti una buona parte dei monasteri cistercensi sull’isola risulta fondata proprio durante l’ultimo trentennio del XII sec., in un periodo, tra l’altro, in cui la latinizzazione della Sicilia può dirsi compiuta.

I normanni, dunque, pur non mostrandosi riluttanti nei confronti del nuovo fenomeno monastico proveniente dalla Francia, non spianarono fin dall’inizio ai cistercensi la strada per la colonizzazione del regno. Solo le mutate condizioni, politiche e culturali, del regno di Guglielmo II, permisero ai monaci di S. Bernardo di radicarsi saldamente in Sicilia e nel meridione d’Italia.

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